(di Paolo Levi)
”Sognare in equilibrio”: in
occasione del centenario dell’arrivo in Francia di Alexander
Calder (Lawnton, 22 luglio 1898 – New York, 11 novembre 1976) e
a cinquanta anni dalla sua scomparsa, la Fondation Louis Vuitton
di Parigi presenta la mostra ”Calder. Rêver en équilibre”
(Calder. Sognare in equilibrio). L’esposizione, tra gli
appuntamenti culturali più attesi e rilevanti della primavera
parigina, copre mezzo secolo di creazione, dalla fine degli anni
Venti, con le prime rappresentazioni del Cirque Calder che
conquistarono le avanguardie parigine, alle sculture monumentali
dell’artista statunitense negli anni Sessanta e Settanta.
Nell’immenso spazio espositivo concepito dall’architetto Franck
Gehry, le circa 300 opere in mostra – tra cui 139 sculture e 33
dipinti – trovano una collocazione pressoché ideale. Come anche
il giardino immerso nel verde del Bois de Bouloge, usato per la
prima volta, come luogo di esposizione delle opere di Calder.
La mostra in programma fino al 16 agosto è stata resa possibile
grazie al partenariato della Fondation Louis Vuitton con la
Calder Foundation e a prestiti eccezionali del Whitney Museum of
American Art di New York. ”Perché l’arte dovrebbe essere
statica?”, si interrogava l’artista già nel 1932, affermando
che ”la prossima tappa nella scultura sarebbe stato il
movimento”. Nacquero così le sue celebri sculture sospese
composte da elementi astratti che galleggiano nel vuoto. “Pura
gioia di vivere”, come disse a suo tempo Marcel Duchamp
definendo l’opera di Calder. Curata da Suzanne Pagé, la mostra
retrospettiva parigina è tra le più importanti mai consacrate
all’artista in Europa. Lungo il percorso espositivo di oltre
3000 metri quadri, anche opere di Jean Arp, Barbara Hepworth,
Jean Hélion et Piet Mondrian, Paul Klee e Pablo Picasso,
permettono di collocare la creatività radicale di Calder tra le
avanguardie dell’epoca. Inoltre, 35 foto realizzate dai più
importanti fotografi del Novecento (Henri Cartier-Bresson, André
Kertész, Gordon Parks, Man Ray, Irving Penn e Agnès Varda)
mostrano un artista ‘funambolo’, sempre in bilico tra l’arte e
la vita.
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