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Altri 766 geni associati alla schizofrenia, 641 sono nuovi – Biotech

today22 Giugno 2026 6

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Scoperti 766 geni legati alla schizofrenia, 641 dei quali finora non erano mai stati associati a questo disturbo. Individuarli è stato possibile grazie a una nuova tecnica in grado di portare alla luce associazioni genetiche altrimenti non rilevabili. Il risultato, a guida italiana, è pubblicato sulla rivista Nature Genetics da un vasto gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’Italia, con Giulio Pergola, professore all’Università ‘Aldo Moro’ di Bari e ricercatore presso il Lieber Institute for Brain Development di Baltimora. Hanno partecipato le università Johns Hopkins di Baltimora, di Berlino e di San Paolo; per l’Italia Imt Scuola di Studi Avanzati di Lucca e le università di Torino, Pisa, Trento ed Enna.

Proponiamo un nuovo approccio allo studio della genetica della schizofrenia basato sulle reti di co-espressione genica“, osserva Pergola. “In questo studio – prosegue – dimostriamo un miglioramento delle predizioni molecolari a livello individuale, identificando associazioni genetiche che non emergono con le metodologie tradizionali“. Punto di partenza della ricerca sono stati i dati  genetici relativi a oltre 102.000 pazienti con diagnosi di schizofrenia e controlli sani, integrati con i dati molecolari ottenuti da campioni di tessuto cerebrale umano raccolti in diverse regioni del cervello.

Avere a disposizione tutto questo materiale è stato possibile solo grazie alla vasta collaborazione internazionale, rileva Fabiana Rossi, prima autrice dello studio. I risultati indicano che alle origini della schizofrenia c’è una rete complessa che comprende processi biologici legati alla comunicazione tra le cellule nervose, a meccanismi immunitari e alla dinamica dello sviluppo cerebrale.

“Studi come questo contribuiscono a identificare i meccanismi molecolari alla base della schizofrenia e rappresentano un passaggio essenziale verso una psichiatria di precisione“, commenta Alessandro Bertolino, coautore dell’articolo e direttore del Dipartimento di Biomedicina traslazionale e Neuroscienze dell’Università di Bari e della U.O.C. di Psichiatria universitaria del Policlinico di Bari. “Una migliore comprensione dei processi biologici coinvolti – rileva – potrà consentire, in futuro, una più accurata stratificazione dei pazienti e lo sviluppo di interventi terapeutici mirati“.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA



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Scritto da: redazione

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