I risultati ottenuti potrebbero aiutare a interpretare meglio i dati ricavati dai sistemi di monitoraggio dei vulcani. Alla ricerca hanno partecipato, per l’Italia, le Università di Camerino e di Milano-Bicocca, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania e l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo sviluppo dei Materiali Ceramici del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Faenza.
I ricercatori hanno ricreato in laboratorio le condizioni vulcaniche utilizzando il magma dell’eruzione del 2021 del Tajogaite, vulcano situato sull’isola di La Palma alle Canarie. In questo modo, hanno scoperto che il calore in eccesso cambia la struttura interna del magma, impedendo la formazione dei cristalli. A temperature normali, la cristallizzazione inizia entro 20 minuti circa, formando un magma più viscoso che dà più tempo ai gas di fuoriuscire. Invece, in caso di surriscaldamento, la formazione dei cristalli viene ritardata per circa 8 ore e il magma è molto fluido e veloce.
“Finora non avevamo compreso appieno le dinamiche della crescita dei cristalli nei magmi che sono stati super-riscaldati poco prima della risalita”, afferma Bonechi. “Gli attuali modelli di rischio vulcanico si concentrano in genere sulla chimica del magma, sul contenuto di gas e sulle variazioni di pressione“, aggiunge l’italiana Margherita Polacci dell’Università di Manchester, co-autrice dello studio: “Questo lavoro suggerisce che anche la storia termica potrebbero svolgere un ruolo importante, con implicazioni per la valutazione del rischio vulcanico”.
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