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Sì ma alla fine come è andato Vinitaly 2023? Il reportage dal grande evento del vino

today21 Aprile 2023

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L’edizione 2023 di Vinitaly – che si è svolta a Verona dal 2 al 5 aprile – è finita già da due settimane, ma è proprio questo il momento per fare qualche bilancio sullo stato di salute della fiera italiana più importante e, di conseguenza, sullo stato di salute del vino italiano. A dispetto dei gufi, Vinitaly ha raccolto 93mila presenze complessive (acquirenti e operatori del settore) di cui 29.600 straniere. Con il grande ritorno di americani e cinesi. L’aspetto più confortante è che la crescita rispetto all’ultima edizione è stata quasi totalmente determinata dagli ingressi di buyer esteri (+20% circa) provenienti da 143 Paesi: in questa edizione hanno rappresentato un terzo del totale degli operatori accreditati.

Gli americani pazzi del vino italiano

Di questi, oltre mille top buyer selezionati e ospitati da Veronafiere e da Ice-Agenzia. Secondo l’ad di Veronafiere, Maurizio Danese, “l’incrocio tra domanda e offerta ha funzionato, come dimostrato anche dagli oltre 11mila appuntamenti pianificati tra espositori e buyer della piattaforma Vinitaly plus che si aggiungono a quelli fissati direttamente tra aziende e buyer». Nella top five delle provenienze, gli Stati Uniti staccano nettamente la Germania. Terzo rimane il Regno Unito mentre la Cina torna in quarta posizione, scavalcando il Canada. Ferma restando la crescita generale del mercato europeo, si segnala il grande ritorno degli operatori da tutti i mercati extra-Ue: l’Asia, più che raddoppiata (+116%) trainata dal rientro dei cinesi che superano le 1000 presenze, e il Giappone (+143%). Le Americhe segnano un +38% con exploit degli USA (+45%) e del Brasile (+46%), oltre a un ulteriore consolidamento del Canada (+19%). Anche l’Australia in tripla cifra, a +130%.

Foto EnneVi/V.F.

Il tour prosegue

“Siamo particolarmente soddisfatti per il riscontro che stiamo riscuotendo dalle aziende e dai territori, che rappresentano la vera forza di questa manifestazione», dice Federico Bricolo, presidente di Veronafiere. Vinitaly, ricorda Bricolo, vuole «costruire con i partner istituzionali una piattaforma promozionale permanente e coordinata in grado di attrarre da un lato gli investimenti dell’incoming sull’Italia, dall’altro sul prodotto italiano all’estero con un radicamento di Veronafiere – dopo Brasile e Cina – negli Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Far East». Dopo l’evento di Verona, Vinitaly ha già ricominciato i tour del vino italiano in Cina, con tappe a Chengdu, l’11 aprile, e a Shenzhen, il 14 aprile.

La forza delle cantine cooperative

E se quello statunitense resta il mercato di riferimento principale per il vino italiano, è interessante registrare che più della metà dei volumi di vino italiano esportati in America sono commercializzati dalle cantine cooperative. È loro la leadership nelle esportazioni di vino sul mercato a stelle e strisce. Dall’analisi interna realizzata in occasione di Vinitaly dall’Alleanza cooperative Agroalimentari sulle principali associate emerge che la crescita delle vendite di vino negli Stati Uniti è trainata dalle bollicine. “Gli americani sono storicamente grandi importatori di vini italiani e le bollicine sono da sempre in cima alle preferenze dei consumatori stelle e strisce”, commenta il Coordinatore Vino di Alleanza Cooperative Agroalimentari Luca Rigotti, ricordando pure che “i consumatori americani stanno tuttavia sempre più apprezzando tipologie di vino a bassa gradazione alcolica o vegan friendly”. Le cooperative italiane continuano a presidiare i mercati americani e fortunatamente l’impatto dei costi di produzione e delle spedizioni si sta attualmente ridimensionando. In ogni caso, con 1,860 miliardi di euro di ricavi registrati nel 2022 (dati Ismea), l’export dei vini italiani negli Usa si consolida come la voce più importante delle vendite oltreconfine del vino italiano, con una quota che supera il 23%. In particolare, il fatturato generato dall’export delle cantine aderenti ad Alleanza cooperative tra il 2010 e il 2022 ha registrato una crescita del 130%, con un trend superiore all’andamento delle esportazioni nazionali di vino che nello stesso periodo sono cresciute del 101%.

Foto V.F.

Insieme si vince: non è solo uno slogan

Alle tre centrali di Alleanza cooperative aderiscono 379 cantine con oltre 110mila soci, una produzione pari al 58% del vino italiano, un giro d’affari di 4,8 miliardi di euro, il 40% del totale del fatturato del vino nazionale. Il fatturato aggregato derivante dall’export delle cantine cooperative è pari a 2 miliardi di euro, pari a circa un terzo di tutto il vino italiano commercializzato all’estero. La valorizzazione dei soci è garantita da un livello medio di prevalenza mutualistica che si attesta ben oltre l’82%. In termini occupazionali, la cooperazione vitivinicola associata dà lavoro a oltre 9.000 persone, di cui il 67% è impiegato a tempo indeterminato.

Il nodo degli imballaggi e del riuso

La Fiera di Verona è stata anche l’occasione per riflettere sui temi più importanti del comparto. “In questa edizione del Vinitaly sono state tante le tematiche che ci hanno visti uniti come comparto a tutela del Made in Italy”, assicura Micaela Pallini, Presidente di Federvini, l’organizzazione che riunisce i principali produttori e importatori di vini, liquori, acquaviti ed aceti. In primo luogo, la normativa sugli imballaggi dell’Unione Europea, per la quale, precisa Pallini, “auspichiamo che il Governo e i deputati impegnati al Parlamento europeo si mobilitino per evitare la standardizzazione degli imballaggi, a prescindere dal prodotto e dal rapporto tra quest’ultimo e il packaging. Prima di procedere in tale direzione occorre sviluppare uno studio approfondito sull’impatto che il sistema proposto sul riuso, piuttosto che sul riciclo, possa comportare per l’ambiente”.

Secondo Federvini, l’omologazione degli imballaggi, così come la priorità assegnata al riuso piuttosto che al riciclo, i tassi di obbligatori di riciclo, gli obiettivi di riutilizzo e i divieti di produzione di alcune tipologie di imballi che emergono dalla proposta di riforma della legislazione che regola gli imballaggi nei Paesi dell’Ue rappresentano indirizzi di modifica che rischiano di minare le principali filiere produttive italiane, dall’agroalimentare al turismo. In particolare, la normativa in discussione in sede europea penalizza senza giustificazione valida gli sforzi compiuti dalle imprese del settore vitivinicolo verso l’efficientamento energetico e ambientale, ignorando il fatto che, per prodotti quali vini, spiriti ed aceti, gli imballaggi hanno anche un valore identitario. A ciò si aggiunga il ruolo fondamentale che il packaging in vetro gioca in termini di qualità organolettiche del vino e della sicurezza alimentare stessa del prodotto.

Il vino che “uccide”: a che punto siamo con gli avvisi per la salute

L’altro tema caldo è quello degli health warnings minacciati dal governo irlandese per segnalare le conseguenze del vino sulla salute. “Occorre scongiurare l’introduzione di messaggi allarmistici in etichetta, con conseguenze reputazionali e commerciali nei confronti de nostri prodotti, ambasciatori dell’Italia nel mondo. Ci aspettiamo che il Parlamento Europeo comprenda che esiste un’alternativa alla demonizzazione delle bevande alcoliche, ovvero l’educazione al consumo responsabile”, dice la presidente Pallini.

Foto V.F.

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Scritto da: redazione

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