Con l’Italia disseminata di festival in ogni angolo e su tutte le tipologie di spettacolo, mantenere una centralità e un’identità non è impegno di poca cosa: anche perché le amministrazioni pubbliche come i privati, soprattutto in estate producono una sequenza impressionante di appuntamenti, a contendersi un pubblico bisognoso di musica, libri, cinema, parole.
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Momenti del concerto jazz itinerante al Leonardo da Vinci organizzato da Ita Airways, sponsor ufficiale di Umbria Jazz 2026, 26 Giugno 2026. ANSA/TELENEWS
Umbria Jazz è una delle istituzioni più antiche, una manifestazione in cui si riconoscono gli utenti, i turisti, un’intera regione, che quel marchio di musica e altro ha veicolato in mezzo mondo, a partire dalla prima, avventurosa edizione del 1973.
Nel tempo questo è diventato un caposaldo per la colonna sonora di stagione, un concetto di festival in cui offrire, a strati, suggestioni, suoni, personaggi e ipotesi di show alquanto diversi.
In questa tornata 2026 gli organizzatori cantano vittoria per varie ragioni: numero di biglietti venduti, 46mila, incassi, oltre tre milioni di euro, e poi, soprattutto la quantità di concerti, anche gratuiti, e di spettatori coinvolti nella città di Perugia, inondati di musica per dieci giorni, dal mattino a notte inoltrata. La formula di una rassegna così affollata e complessa deve per forza di cose tenere conto dei gusti, delle esigenze di molti, se non tutti. Ecco allora che la denominazione jazz ha voluto necessariamente considerare nel tempo un ampio spettro di artisti, cosa che capita peraltro nella maggioranza dei festival-contenitori internazionali.
E se per sistemare le esigenze di botteghino si piazzano figure del più pregiato mainstream come Sting e Zucchero, accolti da trionfali sold out, ecco che per allargare la visuale, a Umbria Jazz quest’anno sono arrivati Gilberto Gil, l’ultimo dei grandi cantori brasiliani, Elvis Costello, interprete e songwriter raffinato, mai banale, un giovane virgulto della più recente onda blues elettrica, Christone Kingfish Ingram e poi Laurie Anderson: ovvero la testimone-pioniera più credibile della multimedialità elettronica, che tra testi, suoni, proiezioni, ha ricordato e citato i riferimenti, i suoi eroi, Ginsberg e Dylan, Buddha e Lou Reed, Gertrud Stein e William Burroughs, “Language is a virus”, per chiudere la performance con una piccola lezione di Tai Chi, condivisa con la platea.
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