«Una giovane donna è morta assiderata mentre si recava a un ballo il 1° gennaio 1840». Dall’articolo del New York Observer dove compariva questa notizia avrebbe preso spunto una famosa ballata del Nordamerica che ha ispirato le “Charlotte congelate”, bambole in porcellana comparse in età vittoriana tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Quasi due secoli dopo, Jack White ne risuscita il nome per il suo settimo album solista. Il motivo è semplice: mentre registrava il disco a Nashville con la sua band, una statuina si è spezzata e il chitarrista l’ha ricomposta usando un teschio azzurro. Questo personaggio, insieme al suo alter ego “Frozen Charlatan”, ha popolato una miniserie video densa di indizi sonori, preludio a un lancio dell’album tramite un preorder sottotraccia che ricorda la strategia clandestina di “No Name” del 2024. Oggi, quelle sculture galleggiano tra gli oltre cento pezzi di “These Thoughts May Disappear”, la prima mostra d’arte visiva di White ospitata alla Newport Street Gallery di Damien Hirst a Londra.
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Il piacere di fare rumore
Jack White sembra sempre divertirsi un mondo. Ce ne ha dato dimostrazione anche a La Prima Estate al Parco BussolaDomani di Lido di Camaiore, dove ha avuto l’arduo compito di salire sul palco dopo gli agonistici Hives. Lo si percepisce pure dando un’occhiata alla sua etichetta, la Third Man, diventata nel 2014 anche una casa editrice, e ascoltando i tredici brani di “Frozen Charlotte”, che comincia con “G.O.D. and the Broken Ribs”, una “Burning Down the House” fatta a brandelli da chitarre violentissime, perfetta colonna sonora dell’inizio e della fine del mondo raccontati da una coppia. “Derecho Demonico” cattura lo spirito di Jimi Hendrix e lo riflettere sull’importanza di completare ciò che si inizia, mentre sul riff vorticoso di “There’s Nobody There” si infrangono fallimentari tentativi di comunicazione. La zeppeliniana “Raising the Grain” conferma la grande alchimia di White con gli altri musicisti del quartetto: il batterista Patrick Keeler, il bassista Dominic Davis e il tastierista Bobby Emmett.
Il blues nel traffico
Quello che ha sempre contraddistinto John Anthony Gillis, il vero nome dell’artista di Detroit, è una capacità tecnica piegata alla scrittura di frasi musicali estremamente incisive – un esempio su tutti, la famigerata “Seven Nation Army” – e una vocalità che sembra sempre sul punto di spezzarsi. Su questa abilità e tensione White ha costruito un canzoniere diffuso tra progetti interessanti, come White Stripes, Raconteurs e Dead Weather. Ovviamente, questo riguarda anche la sua carriera solista. Per esempio, nell’ultimo album i crescendo di “You’ll Never Fix Me”, gli incastri di “Nobody Knows”, i Cream in salsa tribale di “Dollar Bill” rivoltano la classica formula del rock rivitalizzandola. Con un approccio dal vivo sempre in primo piano, le trovate di effetti sulla voce (“I Can’t Believe What I’m Hearing”) assorbono lo stile di uno dei chitarristi con più personalità degli ultimi trent’anni. White fonda la sua tecnica sul blues, ma tramite accordature aperte, effetti harmonizer e fuzz fa suonare il suo strumento come fosse nel bel mezzo del traffico, all’ora di punta. La conclusiva “Neighbors Blues” sintetizza al meglio tutto questo e lo spirito di un album selvaggio e magnetico.
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