Ci sono tre donne, diverse fra loro, eppure simili nella forza e determinazione; ognuna a modo suo ha ispirato artisti dell’antica Grecia e dell’Europa del XX secolo. La tragedia di Elektra ha sedotto Hugo von Hoffamnsthal e Richard Strauss, segnando l’inizio della loro collaborazione. Al Teatro Verdi di Trieste è andato in scena il capolavoro di Richard Strauss e von Hoffamnsthal; sul podio il Maestro Enrico Calesso e, alla sua prima regia d’opera, Marco Filiberti; scene Benito Leonori costumi Daniele Gelsi luci Alessandro Carletti. Ottimo cast con Okka von der Damerau / Sanja Anastasia, Elena Batoukova-Kerl / Diana Lamar, Simone Schneider / Regina Riel; Alexander Schulz; Michail Petrenko / Lars Fosser; Andrea Pellegrini; Saverio Fiore, Valentina Bilancione, Sophie Haagen, Benedetta Marchesi; Marta Lotti; Veronica Prando, Mandy Fredrich; Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste. Elektra è un’opera maestosa e complessa che richiede un impegno orchestrale potente; Calesso ha deciso con Filiberti di posizionare l’orchestra sullo sfondo del palcoscenico, come fosse un coro greco. In scena si muovono Klitämnestra, la madre, divorata dall’omicidio commesso; Chrysothemis, una delle figlie, desiderosa solo di vivere al sole lontana dal buio a cui il delitto materno l’ha condannata.
Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Elektra e la rivoluzione musicale del XX secolo
E’ la figlia reietta che vive nel cortile del palazzo con i cani; il suo degrado ricorda costantemente alla madre e all’amante l’omicidio di Agamennone, suo padre e marito della donna incestuosa. Nella musica l’attesa del ritorno di Oreste, il fratello: solo lui può vendicare Agamennone. L’Elektra di Hoffamnsthal s’ispira a Eschilo, Sofocle, ad Amleto e Macbeth, Richard Strauss ne è consapevole, è l’era di Freud, e nella musica fa risuonare l’inconscio di ogni personaggio. Enrico Calesso è realmente un direttore da seguire, ascoltare, conoscere, sorprendente nella lettura e nell’interpretazione che confermano il suo talento. Peccato che il Maestro sia presente nelle stagioni tedesche, austriache e in Italia solo al Teatro Verdi di Trieste. E al Verdi, non potendo portare la numerosa Besetzung originaria e, nemmeno, la versione ridotta, realizzata da Otto Singer e approvata da Richard Strauss, perché come scrive nel programma di sala avrebbe indebolito la timbrica nella partitura, il Maestro, riducendo archi e legni, costruisce un organico con ottantasei musicisti senza rinunciare “alla tromba bassa, al trombone contrabbasso, alle tube wagneriane, ai corni di bassetto”. Il direttore conosce perfettamente la partitura che propone quasi integralmente, l’analizza a fondo, la scompone e ricompone; si orienta nei due cast senso alla drammaticità del fraseggio che cambia secondo gli interpreti, tutti strepitosi pur nella loro varietà.
Un debutto significativo
Il talento teatrale, cinematografico, di saggista e scrittore di Marco Filiberti è conosciuto ma, come per Enrico Calesso, più all’estero che da noi. In un gioco di doppi fa rappresentare agli attori della sua compagnia teatrale Le Vie del Teatro in Terra di Siena i fantasmi dell’inconscio dei protagonisti, la sciagura non può che ripetersi. Il racconto si svolge su tre piani, orchestra, cantanti e rimorsi per questo gli attori si muovono al di fuori del palcoscenico; come in Eschilo e Sofocle il regista riprende la presenza della “vasca”, lo spettatore l’intuisce, non ne ha mai la certezza, perché appare, scompare come l’ossessione in una mente folle. Nella sua prima regia operistica l’artista riprende il pensiero di un geniale triestino, Giorgio Strehler, per cui la conoscenza della musica, l’importanza della lettura della partitura, frase dopo frase, non solo del libretto, deve essere la base di un lavoro corale. L’alta qualità della produzione sta proprio nel fatto che è nata e cresciuta in un lavoro collettivo che ha visto il direttore d’orchestra, il regista, lo scenografo, il direttore delle luci, il coreografo arrivare alla meta in armonia, Lo spazio scenico è esasperato dalle luci di Alessandro Carletti, i movimenti scenici, coordinati dal coreografo Emanuele Burrafato, sottolineano lo smarrimento, l’impossibilità di una via d’uscita dei protagonisti. Filiberti riprende l’archetipico di una grecità pre-classica, bacino d’istanze dionisiache e barbariche, come Strauss e Hoffamnsthal, inserendo la lettura cristica di Simone Weil, di cui è fervente ammiratore: e nella sua Elektra l’arte redime una mitologia psicotica imbevuta di violenza in una lirica pura.
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