(di Antonino Caffo)
“Tutto scarseggia. La domanda è
altissima. Questa situazione persisterà per diversi anni”.
Jensen Huang, amministratore delegato di Nvdia, ha sintetizzato
così la situazione attuale del mercato dei semiconduttori, che
vive ancora di una carenza globale, che impatta sulla
disponibilità e sul prezzo dei dispositivi di consumo, come
smartphone e pc. Dopo una leggera ripresa a fine 2024, oggi la
scarsità delle componenti hardware torna a far parlare di sé per
due fattori principali: la corsa all’IA e l’instabilità
geopolitica, che rende ancora più evidente la fragilità della
catena di fornitura tech tra occidente e oriente. Più le
componenti mancano e più si alza il prezzo delle materie prime
e, di conseguenza, dei prodotti in vendita.
In un post su X, Carl Pei, co-fondatore e amministratore
delegato di Nothing che produce smartphone e accessori, ha
affermato che la memoria è diventata il componente più esoso
degli smartphone moderni, superando processori e display. In
alcuni casi, rappresenta più della metà del costo totale
dell’hardware di un dispositivo. Per questo, negli ultimi 12
mesi il cartellino medio di un telefonino è salito “e continuerà
a salire anche l’anno prossimo”.
A farne le spese sono gli acquirenti che guardano agli
smartphone di fascia alta, per i quali stanno spendendo circa
100 dollari in più in confronto al 2025. Il mercato dei
telefonini è diviso in due: da un lato quelli economici e di
classe media, il cui prezzo si aggira sempre tra i 200 e i 500
euro ma con scorte in diminuzione. Dall’altro i modelli
‘premium’, sui quali si sente maggiormente il peso
dell’integrazione di chip più moderni, che diventano
fondamentali per far girare applicazioni di intelligenza
artificiale, una delle poche novità di un segmento spesso privo
di sorprese. Per gli esperti della società di analisi
Counterpoint, nel primi tre mesi del 2026, i fornitori di
semiconduttori hanno spedito meno chip di fascia bassa e media
rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In
controtendenza Apple e Samsung, i cui chip top di gamma
guadagnano posizioni. Sintomo, stando ai ricercatori, della
necessità delle big tech sia di basare la propria produzione su
hardware fatto in casa, come fanno la stessa Apple e Samsung,
sia di giustificare l’aumento di prezzo dei terminali puntando
sulle nuove funzionalità di intelligenza artificiale. Così gli
esemplari di primo prezzo rischiano di sparire o di restare
indietro in quanto a innovazione. Non a caso Gemini
Intelligence, il nuovo ecosistema di Google presentato a maggio,
dovrebbe girare solo su telefonini di nuova generazione, con
processori potenti e un certo quantitativo di memoria ram.
Ecco che costruirsi chip da sé può portare vantaggi per tutta
la filiera di produzione. Così Apple è riuscita a portare per la
prima volta a bordo di un computer portatile, il MacBook Neo,
l’Apple A18 Pro, lo stesso processore utilizzato sui ‘vecchi’
iPhone. Un modo per valorizzare l’architettura ma anche per
svuotare il magazzino. Una mossa che ha fatto pensare ad un
futuro più roseo per l’andamento dei notebook, anch’essi
destinati a prezzi in salita. “Il successo di Apple ha
mascherato il problema”, dicono gli analisti di International
Data Corporation (Idc). “In un certo senso Apple ha esercitato
una pressione ancora maggiore sul comparto”, affermano,
anticipando quello che succederà da qui alla fine del 2027, “i
prezzi continueranno a salire mentre i produttori faranno fatica
a mantenere adeguate scorte di pc”.
Uno spiraglio c’è e ha il nome di ‘sovranità’. L’Unione
Europea è impegnata a raggiungere una minore dipendenza da Usa e
Cina con investimenti per costruire fabbriche di semiconduttori
sul territorio e a inizio giugno ha presentato il Chips Act 2.0.
In Italia il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha
firmato con la società di Singapore, Silicon Box, un accordo per
portare a Novara un sito produttivo dedicato ai semiconduttori.
Una via per creare una Silicon Valley nostrana.
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