Nell’Inghilterra di fine Cinquecento, tra le vie di Stratford-upon-Avon e le sale di Londra, una famiglia è travolta dalla perdita e dal dolore. Il film che racconta questa storia è diretto da Chloé Zhao e tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell.
Hamnet – Nel nome del figlio racconta la vita di William Shakespeare e della moglie Agnes Hathaway, immersi nel tumulto della vita quotidiana e nel lutto per la morte del loro figlio Hamnet. Il film parla di un dramma dove l’amore, la perdita e il mito si intrecciano. Jessie Buckley appare quale Agnes Hathaway, spirito libero e misterioso, e Paul Mescal presta il volto al drammaturgo William Shakespeare; Jacobi Jupe è Hamnet, fragile luce nel buio, mentre Bodhi Rae Breathnach e Olivia Lynes incarnano Susanna e Judith. In questo teatro della vita, la morte del figlio diviene catalizzatore di dolore, arte e riconciliazione.
Agnes, donna nata dal bosco, osserva il mondo con occhi che scrutano l’anima. La società la teme e la accusa di stregoneria, ma il giovane Shakespeare, mosso da un fascino ardente, la sposa, come chi riconosce in una fiamma l’essenza stessa della vita. La loro unione è fragile, sospesa tra timori antichi e presagi funesti.
Giunge la peste. Il piccolo Hamnet, tra le braccia della madre, abbandona questo mondo. William ritorna a Londra, a cercare conforto nell’arte, componendo “Amleto”; Agnes resta, immersa nel dolore, attenta al respiro del figlio che ormai tace.
Fin dai primi attimi, un mito si leva. Quello di Orfeo ed Euridice. Durante uno dei loro primi incontri, Agnes domanda a William di intrattenerla con una storia, e il giovane poeta, anziché tessere racconti di propria invenzione, narra la vicenda di Orfeo che scende negli inferi per riportare l’amata Euridice alla luce. Orfeo, maestro di musica e parole, incanta Cerbero e convince Ade a far riportare l’amata via dal regno degli inferi, ma a una condizione. Una sola esitazione, un solo sguardo di Orfeo rivolto indietro ed Euridice sarà condannata per sempre all’eterno silenzio.
Zhao pone questo mito a lume del loro amore. William è Orfeo, smarrito tra i sogni e l’ossessione per l’arte; Agnes è Euridice, radicata nella terra e nel cielo, guida invisibile che chiama l’anima perduta a ritrovare se stessa. Ed ecco il talismano del film: la parola “guardami”. Questa si ripete, dolce e imperiosa, nel corso della narrazione, tessendo un filo invisibile attraverso il dolore, il lutto e la distanza, come invito a riconoscersi, a vedersi davvero; non impulso di passione, ma fiducia assoluta, richiamo di due spiriti destinati a intrecciarsi. Ogni “guardami” è un invito a condividere il dolore, a riconoscere la presenza dell’altro nel silenzio, a trasformare la solitudine in connessione.
Quando Hamnet muore, il vuoto tra William e Agnes diviene abisso. Lui ritorna a Londra; lei rimane a Stratford, cercando il figlio nel silenzio dei corridoi e nel vuoto dei letti. Ma, così come Orfeo reagisce all’assenza dei suoni dei passi di Euridice, William può reagire all’invocazione di Agnes, con una differenza: mentre per Orfeo ed Euridice l’atto del guardare diventa condanna irreparabile, la parola “guardami” condivisa tra William e Agnes diventa un richiamo, un atto di fiducia, promessa che la morte non separerà ciò che l’amore tiene insieme.
Il culmine giunge quando Agnes assiste ad “Amleto” nel teatro di Londra. All’inizio non scorge il filo che lega la tragedia alla loro perdita; ma quando William appare quale fantasma del re, le loro anime si incontrano. Il “guardami” finale, pronunciato tra il pubblico e il palcoscenico, trasforma lo smarrimento in riconciliazione. Nella loro storia, l’atto del voltarsi non è errore come nel mito di Orfeo ed Euridice, ma risposta all’invocazione, accettazione del dolore condiviso e riscoperta dell’amore. La visione dello spirito di Hamnet suggella la redenzione. L’amore, che vede e riconosce, salva dove il mito di Orfeo condannò.
Così Zhao e O’Farrell intrecciano mito, arte e vita. Hamnet – Nel nome del figlio non è solo tragedia, ma meditazione poetica. Ci insegna che nell’oscurità del lutto, l’amore vero si riconosce nella capacità di rispondere a un richiamo. Alla fine del film, mentre lo spirito di Hamnet si volta, sorridendo, verso chi lo ama, lo spettatore rimane sospeso tra dolore e bellezza e assiste al potere dell’arte di trasformare la sofferenza in emozione condivisa e la loro storia in arte immortale.
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