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Cinema

Fury Road è ancora un film perfetto

today29 Maggio 2024 2

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Furiosa: a Mad Max Saga è al cinema ormai da qualche giorno. L’ultima fatica di George Miller ha mandato in visibilio i fan e la critica, ottenendo una standing ovation a Cannes e un buon riscontro di pubblico nelle sale di tutto il mondo. Se, dopo aver letto la nostra recensione di Furiosa: a Mad Max Saga, vi siete convinti ad andare al cinema a vedere il film, potreste aver deciso di buttarvi in un rewatch della saga di Mad Max, o quantomeno dell’ultimo capitolo della serie, Fury Road. Ottima scelta, perché Mad Max: Fury Road è ancora un film pressoché perfetto, che non sente affatto il peso dei dieci anni passati dalla sua uscita nelle sale cinematografiche.

Dire che il primo capitolo della saga reboot incentrata sul personaggio di Max Rockatansky è “invecchiato bene”, però, sarebbe riduttivo e fuorviante. No, Mad Max: Fury Road non è invecchiato di un giorno e, anzi, rappresenta ancora una delle vette più alte mai raggiunte dal cinema d’azione (e dal cinema moderno in generale), un prodigio stilistico e visivo di rara bellezza e un esempio di narrativa, scrittura e worldbuilding per qualsiasi saga decida di raccontare un mondo postapocalittico. Ma cosa rende Mad Max: Fury Road così speciale, anche a una decade dalla sua uscita in sala?

Una chitarra in mezzo al deserto

I motivi del successo del film diretto da George Miller sono tanti. Sicuramente, al primo posto ci sono le sequenze d’azione: numerose, spalmate lungo tutti i 120 minuti di durata della pellicola e, soprattutto, messe in scena con una maestria senza pari (finora) e con una cura maniacale in ogni dettaglio.

L’attenzione riposta nel comparto tecnico del film è valsa sei Oscar a Mad Max: Fury Road, che non a caso si è portato a casa le statuette per il miglior montaggio, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro. E l’Academy sarebbe potuto andare anche ben oltre, assegnando rispettivamente a George Miller e John Seale i premi per la miglior regia e per la miglior fotografia – entrambe categorie in cui il cineasta e il fotografo erano candidati. D’altro canto, chiunque abbia visto Fury Road almeno una volta, anche solo di sfuggita, ricorderà certamente l’inseguimento nel mezzo della tempesta di sabbia, la sparatoria notturna attorno alla cisterna impantanata nel fango (in cui i colori della pellicola passano improvvisamente dal giallo e dal rosso al blu e al grigio), o il violentissimo inseguimento al cardiopalma nel canyon che conduce alla Cittadella di Immortan Joe. Merito di soluzioni visive sontouse, esagerate e persino tamarre, capaci di farsi ricordare per anni e anni, al punto che chiunque abbia visto il film in sala nel lontano 2015 (come chi scrive) non farà fatica a rimettere insieme i pezzi del puzzle anche di fronte ad un rewatch a una decina d’anni di distanza.

Accanto alle scelte cromatiche, al montaggio serrato, ai movimenti di macchina e alla cura profusa in ogni inquadratura, poi, ci pensa la colonna sonora a rendere Mad Max: Fury Road un cult. Chi non ricorda il Doof Warrior di Fury Road, per esempio? Lo scagnozzo di Immortan Joe che non contribuisce per nulla all’azione ma che viaggia su un grande palco su ruote, imbracciando una chitarra elettrica con tanto di lanciafiamme incorporato e le cui note si mescolano alla perfezione con la colonna sonora del film è uno dei tanti elementi bizzarri e stravaganti (per non dire completamente folli) che rendono il capolavoro di George Miller un vero e proprio cult.

Ma non possiamo non citare anche il “Dies Irae” di Giuseppe Verdi che accompagna la già citata scena in notturna e che ha fatto da colonna sonora per il trailer del film, aiutando a decretare il suo successo con delle sonorità in pieno contrasto con quanto ci si aspetterebbe da una pellicola dall’anima manifestamente rock. Tutte scelte da cui traspare l’amore profuso da chiunque abbia lavorato alla pellicola, e in particolare da George Miller. Mad Max: Fury Road è infatti un rarissimo esempio di un film action capace di portare con sé tutta la poetica del suo autore, in piena continuità con il resto della filmografia del regista (beh, magari a parte Happy Feet e Babe va in città).

A tutto ciò si aggiungono degli stunt che non hanno ancora rivali nella settima arte: le pericolosissime acrobazie automobilistiche realizzate interamente dal vivo, insieme agli incredibili, grotteschi e deformi costumi dei Figli della Guerra rendono ogni inseguimento, ogni colpo di pistola, ogni coltellata e ogni cazzotto così realistico da provocare quasi del dolore fisico nello spettatore, specie quando a prendere le botte sono Max o Furiosa.

Ma chi ha ucciso il mondo?

Eppure, Mad Max: Fury Road non è un cult solo dal punto di vista tecnico. Di film egualmente appaganti dal punto di vista visivo, negli ultimi dieci anni, ne sono usciti davvero pochi, questo è vero.

Ma la pellicola del 2015 ha anche un grandissimo merito dal punto di vista narrativo: essa non è solo il reboot di un franchise apparentemente stanco e cliché come quello di Mad Max (Interceptor, per noi italiani), ma rappresenta anche un cambio di paradigma per tutto il genere della fantascienza post-apocalittica e distopica. Il mondo in cui lo spettatore viene catapultato ha dei codici linguistici, sociali e culturali consolidati e originali, che però non vengono mai spiegati nel dettaglio: perché Immortan Joe e i suoi figli sono così malati? Perché la Cittadella ruota attorno alla figura messianica e semidivina del suo governatore? E soprattutto: chi ha ucciso il mondo? Quest’ultima domanda, in particolare, viene posta allo spettatore e a Immortan Joe all’inizio del film per mezzo di una scritta, poi reiterata a metà pellicola per voce di una delle mogli del villain, ma non trova mai una risposta. Il mondo di Fury Road funziona perché riesce a stare in equilibrio tra il senso di mistero e la coerenza tra i suoi elementi. George Miller e soci ci dicono solo ciò che dobbiamo sapere per goderci l’azione del film: tutto il resto viene demandato alle speculazioni, alle ipotesi, alle teorie dei fan, che negli anni si sono divertiti a mettere insieme i puntini – partendo anche dalla trilogia originale di Interceptor – e a spiegare perché il mondo di Max si sia ridotto ad un’arida landa desolata abitata da corvi mutanti e pseudo-umani affetti da morbi incurabili.

Il tutto, ovviamente, in attesa di un film sequel che ancora non c’è. E che, conoscendo i tempi di George Miller, non arriverà molto presto. Insieme alla fotografia e alla cura riposta nel sonoro, sono sicuramente questi tratteggi di worldbuilding e di lore, che lasciano ai fan il piacere della scoperta e che non si dilungano in dettagli inutili ai fini della trama, a rendere Fury Road un film di culto al pari dell’Episodio IV di Star Wars o di I Predatori dell’Arca Perduta (giusto per scomodare due nomi da niente!). E poi ci sono loro, i protagonisti: se Max è il solito, vecchio e silenzioso Rockatansky, la vera stella di Fury Road è l’Imperatrice Furiosa, che non a caso si è ritagliata un posto così grande nel cuore dei fan da essere diventata il centro del nuovo capitolo della saga, ancor prima del prosieguo della vicenda personale del suo “vero” protagonista.

Ma anche i personaggi di contorno, a partire dai nomi, si sanno far ricordare: Immortan Joe incute timore oggi come dieci anni fa (e la sua morte è uno dei momenti più appaganti e cruenti mai visti sul grande schermo), ma anche l’ibrido norreno-distopico dei Figli della Guerra, con la loro ossessione per il Valhalla, e la progenie deforme del governatore della Cittadella colpiscono lo spettatore grazie al loro design originale e alla loro storia misteriosa, che lascia intendere che dietro a ciò che sappiamo ci sia molto di più che ancora non è stato detto. D’altro canto, a tenere alta l’attenzione attorno alla saga di Mad Max ci hanno sempre pensato la curiosità e il senso di mistero. La domanda, a questo punto, è una sola: chi ha ucciso il mondo?



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Scritto da: redazione

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