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Speciale Sono uno stalker: perché tutti dovrebbero vedere la docuserie di Netflix sullo stalking

today8 Gennaio 2024 4

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Un tema spaventosamente attuale, ma anche sconosciuto ai più: lo stalking. Il documentario di Netflix Sono uno stalker, disponibile dal 7 gennaio, ci insegna molto su questo temibile reato grazie alle storie di 8 stalker e delle loro vittime.

Preferirei essere chiamato assassino che stalker.

Le parole di Terry Morrison, uno degli 8 stalker protagonisti della docuserie britannica Io sono uno stalker – su Netflix dal 7 gennaio – sono emblematiche. Ma anche segno di un problema di comprensione.

In questi 8 episodi ci sono gli stalker e le loro vittime. Quelle che ancora possono parlare, s’intende. Perché lo stalking finisce frequentemente male, molto male per le vittime. Oltre il 40% dei casi di stalking sfocia nella violenza.

Non a caso, il primo episodio ci parla di una donna che si presenta – correttamente – come “sopravvissuta allo stalking”.

Daniel Thompson ha deciso che Angie era la donna della sua vita fin dalla prima volta che l’ha vista. E l’ha sposata. Hanno avuto tre figli. Anche se Daniel era uno stalker.

Nei soli Stati Uniti, ogni anno oltre 3 milioni di casi di stalking vengono denunciati. Ma la percezione dello stalking nell’opinione comune è ancora sbagliata.

A lezione di stalking: capire cos’è per evitarlo

Sono uno stalker: la docuserie di Netflix che ci insegna tutto su un reato sconosciuto a molti
Sono uno stalker: la docuserie di Netflix che mette al centro gli stalker e le loro vittime

Non sappiamo davvero cosa sia lo stalking, emerge chiaramente da questa docuserie. Non ne conosciamo la reale gravità. Non sappiamo che spesso lo stalking sfocia nell’omicidio. Uno dei detenuti protagonisti di Sono uno stalker, co-produzione di Netflix e Crime Investigation,  John R. Anderson, afferma che quando i suoi compagni di carcere vengono a sapere che è stato rinchiuso per stalking lo prendono in giro.

Perché nemmeno loro conoscono la vera natura di questo crimine. Ciò che questo sconvolgente – ma anche attualissimo e istruttivo documentario ci racconta – è che dobbiamo imparare a capire cosa sia lo stalking. È lo stesso Thompson, dalla prigione in cui è rinchiuso dal 2008, a darne la definizione: due o più contatti indesiderati.

Ma questo, dobbiamo stare molto attenti, non significa che stiamo parlando di sconosciuti che si fissano su qualcuno e iniziano a perseguitarlo. No. Ci sono anche coppie sposate, con un coniuge violento e ossessivo, che prima di sposarsi ovviamente non sembrava affatto essere un mostro.

Di questo ci parla la nuova docuserie di Netflix: di persone normali, persone intorno a noi, persone che conosciamo, che si trasformano in mostri.

Ho lasciato che la mia rabbia e i problemi di fiducia prendessero il sopravvento.

Le parole di uno stalker, e assassino, che per anni ha analizzato i propri comportamenti insieme agli psicologi del carcere e ha capito qual è il suo problema. Non riesce ad accettare che la relazione con qualcuno a cui è molto vicino, finisca. Anche quando finisce per colpa sua.

Si tratta di una situazione molto, molto comune nei casi di femminicidio, ma anche quando le vittime sono uomini e le carnefici sono donne. Perché lo stalking, sebbene sia per la stragrande maggioranza perpetrato dagli uomini ai danni delle donne, miete anche vittime maschili. O vittime femminili da parte di altre donne, come nel caso di Deketrice Jackson, protagonista di uno degli episodi di questa serie britannica su casi americani, che ha avuto grande risonanza nel Regno Unito e negli Stati Uniti e che, spero, ne avrà anche qui.

Perché dimostra come nazionalità, cultura ed esperienze diverse finiscano per confluire tutte nello stalking. Un reato che non ha patria. Ma ha sempre le stesse caratteristiche. E imparare a riconoscerle può essere utile, per tutti. Per chi ne è vittima inconsapevole. Per chi assiste a comportamenti simili da parte di qualcuno che conosce. Per gli stessi stalker, che non si rendono conto della gravità di ciò che stanno facendo.

Accade spesso, infatti, che gli stalker violenti non siano in grado di giudicare le proprie azioni come problematiche. Vedono le cose in un modo che impedisce loro di giudicare obiettivamente ciò che fanno.

I soggetti abusanti devono riconoscere ciò che hanno fatto, per poter guarire.

Lo dice Matthew Huffman, del MOCADSV (Missouri Coalition Against Domestic and Sexual Violence), uno dei molti esperti in stalking che prendono parte alla docuserie.

Donne stalker: un diverso modus operandi

Sono uno stalker: la docuserie di Netflix che ci insegna tutto su un reato sconosciuto a molti
Jaclyn Feagin, arrestata per stalking, nell’episodio 5 di Sono uno stalker su Netflix

Circa l’80% degli stalker sono uomini. Ma esistono anche stalker donne. Nei due episodi che parlando di questi casi, Io sono uno stalker ci insegna il modus operandi delle stalker, che è molto diverso da quello degli stalker.

Jaclyn Feagin ha deciso di spaventare l’ex fidanzata del marito Jesse. Dopo la perdita del loro bambino, fra i due c’era stato un riavvicinamento e Sandra, la vittima di stalking, aveva flirtato con Jesse.

Imbufalita, Jaclyn ha usato lo stalking e  “idee” trovate su internet per mandare oggetti e messaggi inquietanti alla rivale.

Jaclyn Feagin non era sola, aveva un’insolita complice. Non vi svelo altro rispetto al caso oggetto dell’episodio 5 di Sono uno stalker, né le sue conseguenze. Vi ho raccontato una parte della storia solo per mettere in evidenza che il modo di agire delle donne è molto diverso da quello degli uomini.

Spesso, quello femminile, viene chiamato “stalking vendicativo”. Si svolge frequentemente a distanza, senza contatti diretti fra la stalker e la sua vittima. Ma appartiene allo stesso spettro di reati che rientrano sotto la definizione di stalking e che molti non riconoscono nemmeno come tale.

Nemmeno la protagonista dell’ultimo episodio di Io sono uno stalker, Deketrice Jackson, in carcere, sapeva di compiere atti di stalking, benché il suo fosse uno stalking “tradizionale”. Ovvero, continuare a cercare di contattare qualcuno che non voleva essere contattato. E mandare continuamente regali. Ossessivamente.

A emergere chiaramente dal documentario è la divisione in categorie. Lo stalking “sentimentale”, perpetrato ai danni di qualcuno che gli stalker affermano di amare, e quello che riguarda altre questioni personali, ma non una relazione sentimentale diretta fra vittima e stalker.

C’è un’altra variabile. Quanto lo stalker è una donna, raramente – molto raramente – lo stalking sfocia nell’omicidio. Però possono arrivare a essere aggressive e davvero molto, molto tenaci nel perseguitare l’oggetto del loro interesse.

Questo dovrebbe farci riflettere molto: il modo stesso in cui molte persone vivono le relazioni sentimentali non è sano. Molti non se ne rendono conto e, magari, un approfondimento su cosa sia lo stalking potrebbe avere effetti positivi anche su queste persone. Oppure, potrebbe essere utile a coloro che stanno loro intorno.

Non è tardi per chiedere aiuto. Non finché… Finisce per essere tardi davvero.

L’Italia e l’importanza di comprendere la pericolosità dello stalking

Sono uno stalker: la docuserie di Netflix che ci insegna tutto su un reato sconosciuto a molti
Deketrice Jackson, la stalker protagonista dell’ultimo episodio della stagione 1 di Sono uno stalker

Filippo Turetta è l’ultimo di una lunga serie di nomi conosciuti in Italia, e non solo. Filippo Turetta era lo stalker di Giulia Cecchettin. Si presentava ai concerti in cui lei aveva deciso di andare. La chiamava continuamente. Chiamava i suoi amici e la sua famiglia per sapere perché non gli rispondesse.

E poi, come tutti sappiamo, l’ha uccisa. L’ha uccisa perché non riusciva ad accettare che andasse avanti con la vita senza di lui. E per Daniel Thompson, e molti altri criminali di Sono uno stalker, vale la stessa identica cosa.

Dobbiamo imparare a capire cosa sia davvero lo stalking, quanto sia grave, come riconoscerne i segnali. Dobbiamo capire come finisce, quasi puntualmente.

Io ho conosciuto una ragazza che è stata massacrata a coltellate dall’ex marito, che non accettava di essere stato lasciato. Era una ragazza sempre allegra, ma timida. Sorrideva ogni volta che la guardavi, ma dentro stava vivendo l’inferno. Era perseguitata dall’uomo che aveva sposato e che una volta diceva di amarla. Lo stesso uomo che è diventato prima uno stalker e poi un assassino.

Vedere Sono uno stalker per me non è stato semplice. Ho rivisto sempre gli stessi schemi comportamentali, e ho visto molte cose di cui molti, troppi a dirla tutta, non si preoccupano. Ho rivisto la storia di questa ragazza, e ho sofferto molto.

Il confine fra la gelosia e la mania del possesso, soprattutto in Italia, dall’esterno è difficile da riconoscere. Eppure è lì, a dividere l’amore dall’ossessione.

Danile Thompson, parlando dell’omicidio che ha commesso, dice candidamente:

L’obiettivo era lei. Ma quando sono entrato in casa, lui era lì. Ho calcolato male le distanze e ho finito per colpire lui al posto suo.

Così. Come se fosse un semplice sbaglio. Come se la vita non valesse nulla. Come se fosse normale introdursi in casa dell’ex fidanzata per ucciderla.

Faccio fatica anche solo a provare a descrivere tutto ciò che di sbagliato, spaventoso e assurdo c’è in queste parole. Per questo penso che dobbiate vedere Sono uno stalker, per immergervi in queste storie e vedere con i vostri occhi, sentire con le vostre orecchie, il modo in cui queste persone parlano della violenza e dell’omicidio come se fossero eventi normali.

Sono all’ordine del giorno, qui come altrove, ma non possono e non devono essere considerati normali. Anche se ci si adatta a tutto, ci si abitua a tutto, permetterci di “abituarci” a questo significa alimentare il fenomeno.

Sono uno stalker: la docuserie di Netflix che ci insegna tutto su un reato sconosciuto a molti
Daniel Thompson, il criminale del primo episodio di Sono uno stalker su Netflix

Daniel Thompson, come molti altri stalker, ha ucciso perché dopo essere stato arrestato era stato rilasciato. Com’è avvenuto per tanti, troppi omicidi anche in Italia.

Si parla sempre di “tragedie annunciate”, ma poi non si fa nulla perché vengano evitate. La ragazza che conoscevo aveva denunciato, più volte, il suo ex marito. Eppure, il 2 febbraio del 2019, l’uomo che l’aveva perseguitata, picchiata, violentata, l’ha uccisa. Lei aveva appena 25 anni e anche sua sorella, ancora già giovane, è stata quasi uccisa per aver cercato di proteggerla.

Quando si conosce qualcuno come le vittime di quelle storie che sentiamo in TV, la prospettiva cambia. Io ho fatto molta fatica, l’ho già scritto, ma continuo a credere che tutti dovrebbero guardare questa serie. Fa riflettere. Forse può spingere qualcuno, vittime o carnefici, a chiedere aiuto. Se anche solo una persona si riconoscesse in una delle due figure e cambiasse qualcosa, sarebbe una vittoria.

Lo scopo di questi documentari, le docuserie in cui i veri protagonisti dei casi di cronaca ci parlano, è esattamente questo. Mettere in evidenza la realtà intorno a noi, raccontarci come, in certe cose, tutto il mondo segua gli stessi schemi. Perché siamo tutti esseri umani. In tutto il mondo.

E abbiamo tutti la responsabilità di guardarci intorno, di guardare dentro le nostre case, le nostre relazioni, i nostri cuori.

Nell’epoca in cui, storicamente, la vita umana ha perso un grande valore – l’ha dimostrato ampiamente la pandemia – dobbiamo recuperare l’empatia. Ed esperienze come queste, sentir parlare gli stalker e le loro vittime, o i parenti delle loro vittime, può aiutare a comprendere che no, non è “normale”. Non sono “bravi ragazzi” o “brave ragazze”. Sono persone pericolose, che hanno bisogno di aiuto… Proprio come le loro vittime.



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Scritto da: redazione

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