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Cinema

il visionario fantasy di George Miller

today13 Luglio 2023

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Alithea Binnie è una studiosa che, nonostante nel corso della sua lunga carriera si sia trovata alle prese con storie e racconti incredibili, ha mantenuto un certo distacco misto a scetticismo, negando con convinzione l’esistenza di qualsiasi cosa anche soltanto parzialmente legata al mondo sovrannaturale. Negli ultimi mesi la donna è però vittima di una serie di visioni, che lei scambia per allucinazioni, nelle quali gli compaiono creature legate al folklore di diverse culture: soltanto il preambolo di quello che le sta per accadere.

La protagonista di Tremila anni di attesa infatti entrerà da lì a brevissimo in possesso di un’antichissima ampolla che a sua insaputa contiene lo spirito di un djinn. Un genio che dimora lì dentro da secoli e che ora viene casualmente risvegliato dalla nuova proprietaria, la quale ora ha a disposizione tre desideri da esaudire, completati i quali il djinn potrà essere finalmente libero. C’è soltanto un piccolo problema… Alithea infatti è dubbiosa sul da farsi e nel tentativo di convincerla l’insolita entità decide di raccontarle delle storie sepolte in un remoto passato.

Tremila anni di attesa: le vie dell’originalità

Un film che spiazza ma che non appare per nulla fuori posto in una filmografia bizzarra come quella di George Miller, che nella sua carriera ha firmato non soltanto capitoli di saghe famose e a loro modo iconiche come Mad Max – la nostra recensione di Mad Max Fury Road (2015) è a portata di clic – e il cartoon Happy Feet, ma anche un vero e proprio divertissement per famiglie quale Babe va in città (1998), sequel sul maialino più famoso della storia del cinema.

Il cineasta australiano schiva ancora una volta le etichette ed esce dagli stereotipi con questo suo ultimo, divisivo, lavoro, che nel nostro Paese è stato distribuito direttamente per il mercato home video. Certo il passaggio in sala sarebbe stato più consono, dato anche l’arrivo nei cinema di produzioni ben meno autorevoli, ma questo è un altro discorso: in questa fase infatti ci concentriamo esclusivamente sulle qualità artistiche di un’operazione sui generis, capace tanto di affascinare quanto di spiazzare in un gioco di specchi e ombre che ha luogo per un’ora e quaranta di visione, dove la magia della Settima Arte cerca di adattarsi alle suggestioni di un radicato folklore, a sua volta adattato alle logiche di un fiabesco spettacolo.

L’occhio vuole la sua parte

Visivamente barocco anche a costo di una certa pomposità, con quei colori lividi nella rappresentazione di un viaggio a cavallo tra i secoli, in tempi lontani nei quali proprio il djinn trascina la stupita protagonista e con essa il pubblico in una storia di amore e dannazione, dove egli è o direttamente coinvolto o testimone più o meno involontario di eventi tragicamente epici, all’insegna di una fiera degli eccessi non sempre coesa ma a sua modo coraggiosa nella consapevole intransigenza con cui è stata messa in scena.

Alla base di Tremila anni di attesa vi è uno dei racconti contenuti nella raccolta del 1994 Il genio nell’occhio d’usignolo di Antonia Susan Byatt, al quale Miller ha aggiunto tutta la sua carica visionaria nella gestione della storia e della relativa messa in scena, con quel senso di grandeur che non ha paura di strabordare nel grottesco, scolpito qua e là da un humour più leggero e a prova di grande pubblico. Lontano dall’animo facilone della maggior parte dei blockbuster contemporanei, il film si prende sovente rischi e in un paio di occasioni rischia di franare sulle proprie ambizioni, sospese su una palese dicotomia tra sacro e profano. La scelta ulteriormente atipica è quella dei due protagonisti, ovvero Tilda Swinton e Idris Elba (tornato dietro la macchina da presa per il thriller Infernus), apparentemente così agli antipodi eppur poi incredibilmente complementari in un racconto popolato da sorprese e colpi di scena, che spinge (al)la riflessione attraverso l’esegesi del fantastico.



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Scritto da: redazione

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