Il cult western di Quentin Tarantino The Hateful Eight si conclude con un finale crudo, simbolico e profondamente coerente con tutto ciò che lo precede. Dopo una lunga sequenza di violenza e tradimenti, la tensione esplode nel confronto finale dentro l’emporio di Minnie, ormai trasformato in una trappola mortale per tutti.
Daisy Domergue, la prigioniera che John Ruth stava portando a Red Rock per essere impiccata, è l’unica della sua banda ancora viva. Nonostante sia ferita, la donna tenta un ultimo disperato colpo di scena: offre a Chris Mannix, ex-ribelle sudista e nuovo sceriffo di Red Rock, un accordo. Se la lascerà andare, i membri rimasti della sua gang distruggeranno la città e gli garantiranno la sopravvivenza. Mannix sembra tentennare, ma alla fine decide di restare fedele alla memoria di Ruth, “il Boia”, che aveva sempre creduto che Daisy dovesse morire solo sotto una corda, e non con un proiettile.
Insieme al maggiore Marquis Warren, il cacciatore di taglie sopravvissuto alla carneficina, Mannix trova la forza per compiere l’ultima azione. Esausti, dissanguati e ormai condannati a morte dalle ferite, i due trascinano Daisy fino a una trave e la impiccano, ridendo amaramente mentre assistono alla sua agonia. È la vittoria della giustizia spietata, ma anche l’atto finale di un’alleanza impossibile: un ex-confederato e un ex-soldato dell’Unione che, per un istante, diventano complici.
Il film si chiude con un ultimo dettaglio amarissimo: la lettera di Abraham Lincoln che Warren aveva mostrato durante la storia, rivelatasi un falso. Mannix la legge a voce alta, con un sorriso ironico, e poi la lascia cadere. In quell’istante, la menzogna si trasforma in verità simbolica: il sogno di un’America diversa e giusta rimane solo un’illusione, persa in una stanza piena di cadaveri. Qui, per saperne di più, trovate la nostra recensione di The Hateful Eight.
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