L’intelligenza artificiale nuova infrastruttura del potere che delinea scenari da guerra fredda. Il “fenomeno devastante” dei deepnude che spogliano donne e bambini, la protezione dei minori dal capitalismo delle piattaforme, l’informazione che può degenerare in spettacolarizzazione voyeuristica. Sono le emergenze elencate dal presidente dell’Autorità Garante per la Privacy, Pasquale Stanzione, nel corso della Relazione annuale al Parlamento. Emergenze che hanno come protagonista l’IA in ogni ambito, la ricetta è “mettere l’innovazione al servizio dell’uomo, promuovendo fiducia nel digitale”.
“Per poter operare nel modo migliore”, Stanzione fa anche un appello alle Camere ad eleggere con urgenza “il quarto componente del Collegio dopo le dimissioni, quasi sei mesi fa di Guido Scorza”. Il rimando è all’indagine della procura di Roma di cui si è occupata anche la trasmissione Report e al procedimento aperto dalla Corte dei Conti per spese improprie. “Procediamo con rigore e resilienza”, sottolinea il Garante. “Siamo molto sereni e lavoriamo come sempre per difendere i diritti fondamentali degli italiani”, aggiunge Agostino Ghiglia, componente dell’Autorità, presente alla relazione insieme alla vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni.
“L’intelligenza artificiale è diventata terreno primario di competizione geopolitica con una corsa all’indipendenza e alla supremazia tecnologica che riflette una nuova idea di sovranità”, è la riflessione di Stanzione in un contesto globale dominato dalla rivalità tra Cina e Stati Uniti che schiera big del settore come Anthropic, che ha rifiutato al governo l’uso dei propri software per la sorveglianza “massiva” dei cittadini americani. Software e algoritmi entrati sempre di più in guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente all’Iran, “spostando la conflittualità nel quinto dominio operativo” e ridefinendo “quella deterrenza su cui per decenni si era fondato l’equilibrio geostrategico, in una sorta di nuova guerra fredda”.
Per il Garante, che cita l’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas, l’antidoto è porre “l’innovazione al servizio dell’uomo, promuovendo così la fiducia nel digitale. È quanto ha inteso fare l’Europa – aggiunge – inscrivendo la tecnica in una rete di garanzie, tra cui la protezione dei dati”.
L’intelligenza artificiale ha cambiato non solo i conflitti ma le nostre vite quotidiane, col fenomeno dei deepfake – foto, video o voci finte – e dei deepnude, app che con l’IA spogliano le persone in prevalenza donne e minori, che ha colpito pure politici e persone famose per cui l’Autorità ha adottato dei provvedimenti nel corso dell’anno. In questo ambito rientra anche l’azione dell’Authority nei confronti dei siti sessisti, una “violenza digitale, devastante per le vittime” per cui “è necessaria una pedagogia digitale per la formazione dei futuri cittadini”. Riguardo ai minori, “la disciplina di protezione dei dati ha svolto una funzione di argine al capitalismo delle piattaforme”, osserva Stanzione, ricordando che i ragazzi si affidano “sempre più ai chatbot per paure e domande, un fenomeno che non può non interrogarci con l’urgenza delle grandi questioni”.
A dieci anni dall’approvazione del Gdpr, la normativa europea che disciplina la protezione e il trattamento dei dati personali, il Garante riflette sul bilanciamento tra innovazione e protezione dei dati in diversi settori, col pericolo di “asincronia del diritto rispetto alla velocità dell’evoluzione tecnologica”. Ad esempio, l’uso dell’IA nelle aziende (“può migliorare la qualità del lavoro ma dev’essere governata per non ampliare le diseguaglianze”, vedi i casi dei clickworkers e del caporalato digitale); nella sanità (“opportunità nella ricerca ma va garantita la dignità del paziente e la sua capacità di autodeterminazione terapeutica”); nelle attività di indagine (“vanno evitate derive predittive e il condizionamento di decisioni”).
Infine, un richiamo dell’Autorità ai media, a bilanciare “l’esercizio del diritto d’informazione con la dignità della persona”. Il riferimento è ai casi di cronaca di Garlasco e della famiglia nel bosco: con la digitalizzazione – avverte Stanzione – c’è il rischio di un “eccesso informativo che può degenerare in spettacolarizzazione voyeuristica e legittimare il processo mediatico’.
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