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Quattro mosche di velluto grigio recensione 4K

today21 Giugno 2026 4

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Restauro della Cineteca di Bologna, supervisione di Luciano Tovoli per una resa tecnica interessante

Ultimo tassello della cosiddetta “Trilogia degli Animali”, Quattro mosche di velluto grigio occupa una posizione particolare nella filmografia di Dario Argento. Se L’uccello dalle piume di cristallo e Il gatto a nove code puntavano soprattutto sulla tensione investigativa, qui il regista sceglie una strada più imprevedibile, contaminando il thriller con momenti grotteschi, personaggi eccentrici e intuizioni narrative che sfiorano l’assurdo.

La vicenda segue Roberto, musicista coinvolto in un omicidio che sembra trasformarsi rapidamente in una trappola costruita attorno alla sua stessa esistenza. Le sue indagini lo conducono attraverso una rete di sospetti e menzogne nella quale nulla è davvero come appare, spingendo il racconto verso una conclusione sorprendente.

Un finale che rompe ogni regola

L’opera colpisce soprattutto per il suo carattere irregolare. Alcuni passaggi appaiono persino bizzarri, ma proprio questa natura sfuggente contribuisce al fascino del film. Argento sperimenta con immagini visionarie, soluzioni tecniche avanzate per l’epoca e un finale che unisce tragedia e spettacolo in modo memorabile.

A distanza di decenni, ciò che colpisce non è tanto il mistero quanto il modo in cui Argento lo mette in scena. Alcune idee sfidano apertamente la logica, ma proprio questa audacia trasforma il film in un oggetto anomalo e irresistibile per gli appassionati del giallo italiano.

Quattro mosche di velluto grigio – In 4K il giallo di Argento

Girato analogico 35mm a imprecisata sensibilità ASA, formato immagine originale 2.39:1 (3840 x 2160/24p), codifica HEVC su BD-66 doppio strato. Come tante produzioni italiane dell’epoca è stato impiegato negativo 2-perf(orazioni) detto anche “Techniscope”, larghezza identica ma altezza del 50% inferiore alla pellicola 4-perf e quindi metà dell’area su cui impressionare il girato.

La scansione 4K e il relativo restauro della Cineteca di Bologna hanno portato alla luce i limiti di tali riprese, una evidente grana e la percezione di un inferiore livello di definizione. Al netto di colori piuttosto ricchi e di una maggiore precisione nella dinamica delle luci in virtù dell’HDR-10, si riscontrano transizioni con neri poco profondi. Un quadro visivo relativamente entusiasmante, ma d’altronde questi sono i limiti del materiale di partenza. L’edizione Severin offre in più il Dolby Vision, ma la distanza con il disco CG non dovrebbe essere siderale.

Quattro mosche di velluto grigio – In 4K il giallo di Argento

DTS-HD Master Audio (16 bit) e Dolby Digital (224 kbps) 2.0 dual mono italiano e inglese, meritevoli di ascolto tra doppiaggio e presa diretta, ponendo dignitosamente l’accento alla colonna sonora, benché poco dinamica nei passaggi musicali, notevole almeno sul parlato. Il disco Severin viaggia solo DTS lossless ma a 24 bit, anche qui di concretamente migliore non dovrebbe esserci granché.

Incluso disco con versione 2K, che al netto dell’SDR per il video, propone il medesimo set audio ed extra: incontro con Luigi Cozzi (32′) e con Dario Argento (19′).



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Scritto da: redazione

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