Il drammatico epilogo di Quel Pomeriggio di un Giorno da Cani si consuma nella notte, quando la lunga trattativa tra Sonny, Sal e le forze dell’ordine giunge al suo inevitabile punto di rottura. L’FBI prende definitivamente il controllo della situazione: l’agente Sheldon comunica a Sonny che un un aereo è pronto a portarli fuori dal Paese.
È l’illusione di una via d’uscita. Prima di lasciare la banca, Sonny detta il proprio testamento: i soldi della sua assicurazione sulla vita dovranno essere divisi tra Leon, per permettergli l’operazione di riassegnazione, e la moglie Angela con i figli. È il gesto di un uomo che sembra già rassegnato alla fine. L’autobus che dovrebbe condurli in aeroporto arriva. Sonny controlla con scrupolo che non vi siano armi nascoste, sceglie personalmente l’autista e siede accanto a lui; Sal prende posto dietro. Il tragitto verso l’aeroporto si svolge in un silenzio carico di tensione, ma al terminal tutto precipita in pochi secondi.
Sheldon si avvicina al mezzo e inizia a parlare con Sonny, distraendolo. È una mossa studiata: mentre il dialogo prosegue, l’autista apre un vano segreto e afferra una pistola nascosta. Con un gesto fulmineo, e dopo aver intimato a Sal di sollevare l’arma, spara un colpo alla testa del giovane complice. Sal muore all’istante. Contemporaneamente, Sheldon immobilizza Sonny e lo disarma.
La promessa di un volo verso la libertà si rivela una trappola orchestrata con freddezza. Sonny viene arrestato senza opporre resistenza, gli ostaggi sono finalmente liberi, la folla è tenuta a distanza e l’operazione si chiude con l’efficienza brutale di un’esecuzione pianificata. L’ultima immagine è quella di Sonny in manette, devastato dal dolore, mentre vede il corpo di Sal portato via su una barella. Le lacrime segnano il crollo definitivo dell’uomo che aveva sfidato il sistema gridando “Attica!” poche ore prima.
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