Cinema

la commedia di Antonio Albanese è dolce e amara

today6 Febbraio 2026 17

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Prima ancora dei personaggi c’è la provincia, c’è la quiete di un lago e le increspature dell’acqua per via del vento che dolce ne accarezza la superficie. Quello impresso da Lavoreremo da grandi è un mondo distante da ciò che ci si aspetterebbe, forse anche anacronistico in qualche modo, connesso con uno scorrere del tempo differente. Non un contesto in cui bisogna correre continuamente da un obiettivo all’altro, ma piuttosto uno stop, un freno esistenziale in cui i suoi protagonisti stagnano da sempre, senza pressioni ma comunque vivi a modo loro, lontani dalle urgenze in cui tutti stiamo inevitabilmente finendo.

Il nuovo film di Antonio Albanese parte da una costruzione del genere, per poi imprimervi dentro una situazione che si nutre di momenti assurdi, di un’escalation particolare di imprevisti e situazioni, anche sopra le righe, restando comunque e sempre vicino ai suoi protagonisti, in un racconto di generale delicatezza. Torna la comicità, in Lavoreremo da grandi, disponibile nei cinema dal 5 febbraio 2026, tagliata da un’amarezza iniziale che si fa quasi speranza di fondo, luce e quiete (se siete alla ricerca di un prodotto dalla verve leggera con cui spendere le vostre serate, vi indirizziamo alla nostra recensione di Maschi Veri) .

Una notte dai mille risvolti

Lavoreremo da grandi si apre sul microcosmo privato e singolare di quattro persone qualsiasi: Beppe (Antonio Albanese), Umberto (Giuseppe Battiston) e Gigi (Nicola Rignanese). Incrociamo le loro esistenze in parallelo all’ennesima uscita dal carcere di Toni (Niccolò Ferrero). La felice rimpatriata all’insegna del ritrovarsi e della libertà si muove di pari passo coi contorni calmi di un lago immobile e brillante, introducendo a un contesto affettivo che pare impermeabile allo scorrere del tempo.

Sono tutti e quattro dei falliti a modo loro, persone che nella vita hanno affrontato più sconfitte che successi, divisi fra il proprio modo di vedere il mondo e un’esistenza dai toni semplici e dimenticati, posati ai confini di un mondo che non si cura troppo di loro.

Nella notte in cui i protagonisti di Lavoreremo da grandi si ritrovano, però, accade qualcosa di inatteso. Dopo una serata nel bar del paese, trovandosi al buio a guidare verso casa, entrano in rotta di collisione con qualcosa di indefinito. Una persona forse? Da ciò nasce una corsa maldestra in un mondo di domande e dubbi sul da farsi.

Ogni cosa, improvvisamente, si deforma, trasformando una serata tranquilla fra amici in un teatro di colpi di scena, incontri improbabili e situazioni tanto paradossali quanto ridicole. Lavoreremo da grandi catapulta in un mondo di dubbi e intenzioni mancate, ma anche di legami sinceri e di risate posate all’ombra di un lago che ne avrebbe di storie da raccontare.

Una storia apparentemente ferma

Lavoreremo da grandi non è tanto un titolo da prendere alla lettera, piuttosto un’indicazione esistenziale dall’accezione speranzosa, dalle letture molteplici a contatto con un materiale umano sfaccettato. La scelta di costruire la narrazione del lungometraggio su persone che sono tutto fuorché dei vincenti imprime fin da subito una particolare dolcezza e delicatezza di fondo, una tenerezza che diventa commedia dell’assurdo di pari passo agli eventi cui questi sono sottoposti.

Il film di Albanese non è mai didascalico, piuttosto si serve delle avversità in corso per raccontare, nel bene e nel male, le maschere al proprio centro, cercando sempre e comunque di risultare naturale e mai troppo “costruito”. Sono le imperfezioni di fondo di questi protagonisti a fare la differenza, avvicinandoli immediatamente al proprio pubblico grazie a una scrittura attenta.

Ognuno dei personaggi di Lavoreremo da grandi lavora innanzitutto sulla credibilità personale. Sono sfaccettati e desueti nei modi e nel raccontarsi, eppure riconoscibili in alcune loro cose. Muovendosi sempre e comunque in una dimensione formale “ferma”, la struttura del film ha un’innegabile sapore teatrale sia nei modi che nella sua messa in scena: tutto viene lasciato nelle mani degli interpreti e nella loro capacità di abbracciare i momenti chiave di un racconto ritmato proprio dalla recitazione.

In ciò si incastra la regia di Albanese, lo sguardo di una macchina da presa che si muove e si sofferma sui dettagli intorno all’azione principale. Fondamentali nella lettura ulteriore della situazione, questi si susseguono attraverso il montaggio di Davide Miele e restano impressi, come tante altre cose, grazie pure alla colonna sonora.

Lavoreremo da grandi è un film che diverte pur non essendo perfetto, proprio come i suoi personaggi principali. Il lavoro per immagini alterna momenti più convincenti ad alcune forzature che forse, nel tentare di aggiungere ulteriori elementi alla vicenda principale, finiscono per renderne i toni più artificiosi di quanto non avrebbero potuto essere.

È Giocando con un’alternanza riuscita fra misura e sbilanciamento che Lavoreremo da grandi trova la sua identità più sincera. Un film che accetta i propri limiti emotivi come parte del percorso, lasciando che siano i personaggi, più che la trama, a restare addosso allo spettatore. Le loro esitazioni, i silenzi, le scelte goffe e spesso sbagliate diventano materia viva, restituendo un’umanità fragile ma mai patetica, sospesa in un tempo che pare essersi fermato solo per osservare meglio.



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Scritto da: redazione

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