“Siamo riusciti a seguire quasi passo per passo ciò che accade vicino a un buco nero supermassiccio quando nasce un’esplosione di raggi gamma”, ha detto Bartolini, che ha guidato lo studio internazionale che ha visto la partecipazione di molti ricercatori italiani, tra cui anche Università e Politecnico di Bari, Istituto di Radioastronomia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, il Space Science Data Center dell’Agenzia Spaziale Italiana, l’Università Sapienza e la sezione Infn di Tor Vergata.
Il lavoro si è concentrato in particolare su OP 313, un oggetto cosmico situato a quasi 8 miliardi di anni-luce dalla Terra e che appartiene alla classe dei cosiddetti blazar, ossia galassie che ospitano al centro un buco nero supermassiccio e che producono violenti getti di particelle quasi alla velocità della luce. Getti di particelle, hanno scoperto gli autori, che possono scontrarsi e dar vita a lampi di raggi gamma, la forma più energetica di radiazione esistente. Un risultato arrivato analizzando 15 anni di dati raccolti strumenti di vario tipo e confrontati i picchi di emissione nei raggi gamma. In uno dei casi più intensi, i ricercatori hanno osservato comparire una nuova “struttura” nel getto poco prima dell’esplosione gamma, fornendo una prova diretta del legame tra l’espulsione di materia e la produzione dell’energia estrema osservata.
“Vedere comparire una nuova parte del getto e, subito dopo, il picco di emissione ci ha permesso di collegare direttamente causa ed effetto. È un risultato importante – ha aggiunto Bartolini – per capire come funzionano alcuni degli oggetti più estremi dell’universo e quale ruolo abbiano nell’evoluzione delle galassie”.
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