Siamo abituati a pensare al genere horror come qualcosa tutt’altro che rassicurante senza renderci conto che, in realtà, ci siamo abituati anche ai cliché tipici del genere. Ci sentiamo “a casa” nei suoi meccanismi ed è davvero difficile trovare qualcosa ancora in grado di metterci a disagio. Justine
Nel tunnel di jump scare prevedibili, entità demoniache poco aggressive e final girl senza grinta, c’è uno spiraglio di luce. Ecco cinque horror anticonformisti che vale la pena guardare:
- The Lighthouse;
- Saint Maud;
- Martyrs;
- Skinamarink;
- Raw;
Con Lighthouse di Robert Eggers ci troviamo catapultati, insieme a Robert Pattinson, in un’isola sperduta. Il nostro compito è resistere come guardiani di un faro, con Willem Dafoe, per un mese intero. La convivenza forzata si fa sempre più difficile, l’isolamento ci scolla lentamente dalla realtà e lo spettatore pian piano non sa più cosa aspettarsi dalla discesa nella follia dei guardiani Ephraim e Thomas. L’orrore risiede nella mente umana: non ci sono mostri, solo demoni personali contro cui confrontarsi e soccombere lentamente. Non a caso Lighthouse è il film migliore di Eggers.
Dalle atmosfere claustrofobiche e poco religiose di The Lighthouse passiamo a un racconto silenzioso firmato da Rose Glass con Saint Maud. Qui la fede gioca un ruolo a metà tra il salvifico e la condanna: tra preghiera e penitenza, Maud la protagonista diventa ossessionata dalla malata terminale che assiste. Le conseguenze saranno folli. Qui non c’è un demone da combattere ma più un conflitto con un dio giudicatore che rende fragile ogni certezza.
Una presenza costante nei film horror è il contatto con l’inferno. E se invece, l’ossessione e il tormento arrivasse nello scoprire più genericamente cosa c’è nell’aldilà? Martyrs è un horror straziante che gioca con la paura di morire: perché non creare, allora, dei martiri che possano scoprire per l’umanità cosa c’è dopo la morte? Il buio o un’altra vita? Il film originale, diretto da Pascal Laugier, è estremo quanto anticonformista: guardando i primi minuti sembra un classico film horror con allucinazioni e demoni, poi diventa una sorta di slasher prima di rivelare le sue vere intenzioni. Trasformista, crudo e senza punti fermi: un film dove non c’è posto per la speranza.
E poi c’è Skinamarink. Decostruito al massimo, quasi privo di dialoghi, questo horror scritto e diretto da Kyle Edward Ball ci ricorda, con prepotenza, di cosa avevamo paura da bambini. Dell’abbandono dei nostri genitori, di una casa senza finestre e senza porte da cui è impossibile uscire. In Skinamarink c’è tutto questo e molto di più: claustrofobico e inquietante, il film segue due fratelli, di quattro e sei anni, che si accorgono che all’improvviso i loro genitori sono spariti. Ma non è l’unica stranezza che squarcia questa folle e criptica notte.
Il cannibalismo al cinema è stato esplorato in tutte le salse ma Julia Ducournau lo ha declinato in una versione del tutto particolare. Raw vede Justine iniziare a frequentare all’università per diventare veterinaria: la sua vita scorre su binari sicuri, l’amore per gli animali segue lei e la sua famiglia tanto da essere vegetariana. E sarà un problema quando scoprirà che la carne le piace. Ma non quella animale, bensì quella umana. In pochissimo tempo, le certezze che hanno accompagnato Justine per tutta la vita crollano: c’è una nuova scoperta di sé, più sporca che però non segue l’estetica classica a cui siamo abituati quando si parla di cannibalismo. Un horror che non ha bisogno di mostri demoniaci, quando la protagonista si sta trasformando lentamente in uno di loro.
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