Se c’è un film che sta sorprendendo e appassionando gli abbonati Netflix, quello è senza dubbio The Great Flood, il nuovo film coreano diretto da Kim Byung-woo, già noto per The Terror Live e Take Point. Presentato inizialmente come un classico disaster movie, il film vira progressivamente verso una fantascienza più profonda e umana, fino a svelare un colpo di scena centrale: il grande diluvio non è reale, ma parte di una simulazione.
Nel corso della storia scopriamo che l’alluvione globale che sembra mettere in ginocchio il mondo è in realtà uno scenario artificiale, creato con uno scopo ben preciso. Il ribaltamento arriva quando emerge che An-na è intrappolata in una simulazione che la costringe a rivivere gli eventi in un loop temporale, finché non porta a termine il compito per cui è stata scelta.
In passato, An-na lavorava per una potente azienda chiamata Isabela Lab, impegnata in un progetto estremo: creare esseri umani sintetici in previsione di un’apocalisse inevitabile, e gli scienziati sapevano che la Terra sarebbe diventata inabitabile a causa di futuri impatti asteroidali e, consapevoli di non poterli fermare, decisero di concentrarsi su un’alternativa radicale: garantire la sopravvivenza dell’umanità ricreandola artificialmente.
Il problema, però, non era costruire corpi o menti coscienti, ma replicare le emozioni umane autentiche, è proprio qui che entra in gioco l’Emotion Engine, un progetto segreto pensato per dimostrare che anche un essere sintetico può provare sentimenti reali. An-na è una delle pochissime persone ritenute idonee a completare questo esperimento cruciale.
Quando arriva l’elicottero dei soccorritori, madre e figlio vengono separati con la forza: Ja-in viene immobilizzato e sottoposto all’attivazione di un misterioso dispositivo, mentre An-na viene trascinata via contro la sua volontà. È a bordo del velivolo che la verità viene finalmente svelata: il diluvio globale è solo una simulazione avanzata, progettata per testare un’unica, terribile domanda:una madre sceglierebbe davvero di salvare suo figlio a qualsiasi costo?
Il comportamento di An-na all’interno della simulazione è fondamentale per perfezionare l’Emotion Engine, e per questo viene rimandata più volte nello scenario dell’alluvione, che ricomincia ciclicamente. A ogni nuovo ciclo, An-na compie scelte diverse, sempre più empatiche: aiuta persone che in precedenza aveva ignorato, mette da parte l’istinto di sopravvivenza e dimostra una crescente capacità di sacrificio.
Attraverso dei flashback ambientati nello spazio, il film mostra come tutti gli altri ricercatori siano riusciti a completare le componenti tecniche necessarie per rigenerare l’umanità tramite l’intelligenza artificiale, mentre An-na e un suo collega continuano a scontrarsi con l’ostacolo più complesso: l’emotività.
È proprio An-na a formulare l’ipotesi chiave del progetto: non esiste emozione più potente del legame tra madre e figlio. Se una persona è disposta a sacrificare tutto, persino la propria vita, per la propria prole, allora l’Emotion Engine può dirsi riuscito. Per questo si offre volontaria per essere immersa in uno scenario labirintico e ripetitivo, in un’esperienza che ricorda un vero loop, dove una versione sintetica di sé stessa rivive il diluvio giorno dopo giorno finché non dimostra di essere capace di provare la più profonda delle emozioni umane.
Con questo colpo di scena, The Great Flood abbandona definitivamente i confini del semplice disaster movie per trasformarsi in una riflessione sul sacrificio e identità umana. Un cambio di prospettiva che apre la porta a sviluppi narrativi ancora più ambiziosi e che lascia spazio all’ipotesi di un sequel di The Great Flood, al momento non ancora annunciato ufficialmente da Netflix.
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