Nel finale di Schegge di Paura Martin Vail, convinto di poter salvare Aaron Stampler dalla pena capitale, presenta al giudice il materiale delle sedute psichiatriche condotte dalla dottoressa Molly Arrington, dimostrando l’esistenza della seconda personalità, Roy, emersa durante gli episodi di amnesia.
La strategia è chiara: ottenere il riconoscimento dell’infermità mentale e sottrarre Aaron al rischio di condanna definitiva. Durante il controinterrogatorio del pubblico ministero Janet Venable, però, la situazione si fa esplosiva. Pressato da domande sempre più incalzanti, Aaron perde il controllo e lascia emergere apertamente Roy: con un gesto improvviso afferra Janet per il collo, rivelando di fronte alla giuria la sua identità aggressiva. L’aula resta sconvolta. L’evidenza della dissociazione è talmente forte che il giudice concede a Martin il patteggiamento: Aaron verrà dichiarato infermo di mente e rinchiuso per un mese in un ospedale psichiatrico. Martin ha ottenuto quello che voleva, almeno in apparenza.
È solo nel colloquio finale, nella cella, che la verità emerge con brutalità. Aaron lascia cadere la maschera: non c’è mai stata alcuna amnesia, nessuna personalità innocua chiamata Aaron a proteggere quella violenta chiamata Roy. Il ragazzo rivela invece che Roy è sempre stato l’unico vero sé, e che la figura balbuziente, impaurita e fragile è stata solo una recita studiata per ottenere l’infermità mentale e sfuggire al processo. Con cinismo disturbante, confessa anche di aver ucciso Linda oltre all’arcivescovo Rushman, ritenendo che entrambi meritassero la morte.
Martin resta annientato dalla rivelazione e si rende conto di essere stato manipolato dall’inizio alla fine da un assassino lucido e spietato. Devastato, abbandona il tribunale passando da un’uscita secondaria, lontano da quella stampa e da quel pubblico che un tempo cercava con orgoglio, ora consapevole del prezzo pagato per la sua ambizione.
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