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Cosplay dei Sorry: il rumore dietro la maschera

today19 Novembre 2025 19

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Una sera a Londra, in un bar quasi deserto, i Sorry si trovano a parlare con Adam Curtis. Il documentarista, noto per le sue teorie sulla memoria e sull’illusione del controllo, osserva che il mondo contemporaneo non fa che recitare sé stesso: ogni gesto, ogni identità, è una forma di cosplay. L’osservazione resta nella mente di Asha Lorenz e Louis O’Bryen. Mesi dopo, chiusi nel loro studio di North London, diventa la scintilla di un disco che ruota proprio attorno a quel concetto: la ripetizione, l’imitazione, la confusione tra ciò che si è e ciò che si rappresenta.

Da quando sono apparsi sulla scena con “925” nel 2020, i Sorry hanno sempre lavorato contro la tentazione di definirsi. Il loro suono – a metà tra grunge, trip-hop e pop deformato – sembra progettato per sfuggire a ogni etichetta. Con l’ottimo “Anywhere But Here” del 2022 il gruppo scattava polaroid angoscianti di una Londra post-Brexit.

Sotto il travestimento

“Cosplay” prende forma lentamente, in uno studio minuscolo dove il duo registra da solo e conserva nelle versioni finali le tracce imperfette delle prime sessioni. I campionamenti diventano strumenti narrativi: un frammento dei Guided By Voices ritorna come eco distorta, un riferimento a Toni Basil si trasforma in un mantra cupo. Tutto viene manipolato fino a sembrare provenire da un’altra dimensione. L’idea non è la nostalgia, ma la rielaborazione: indossare il passato come un costume per capire che cosa resta del presente.

Il progetto visivo, curato da Lorenz insieme alla regista Flo Webb sotto lo pseudonimo Flasha, estende il discorso oltre la musica. Nei video, luoghi e scorci quotidiani vengono ribaltati in immagini in cui scorre l’inquietudine. Il risultato è un mondo coerente e disturbante, dove l’ironia diventa ansiogena e la messa in scena si trasforma in una forma di verità.

Il suono che sfugge

Apre “Echoes”, che si finge ballata allucinata per poi frantumarsi in blande distorsioni. Da lì il disco procede come un percorso a ostacoli: “Waxwing” riversa il pop in un’ambientazione gotica sintetica, “Jetplane” gioca con il suono del lo-fi e lo spinge in incastri geometrici, “Life In This Body” sospende il tempo in una melodia infantile e minimale. In “Today Might Be the Hit” il ritmo si fa convulso, mentre “Love Posture” mescola R&B e rumore meccanico. Tutto culmina in “Jive”, finale martellante in cui la voce di Lorenz si ripete come un’ossessione fisica più che emotiva.



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Scritto da: redazione

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