L’articolo 13 della Dichiarazione
universale dei diritti umani sancisce la libertà di viaggiare,
di scegliere il luogo in cui vivere, la possibilità di lasciare
il proprio Paese e ritornarvi. Sono parole che nell’opera “Non
di solo pane vive l’uomo” sembrano impresse nella pietra, ma in
realtà si tratta di saponette di Marsiglia allineate come
mattoni. Parole, quindi, destinate a sciogliersi, proprio come
ci si può lavare le mani di quei diritti. È un esempio
dell’ironia amara che Taysir Batniji, uno dei più significativi
artisti della diaspora palestinese, utilizza per raccontare il
tema dell’esilio o evocare l’orrore della guerra nella mostra
‘Abitare il tempo’ che si inaugura a Modena il 21 novembre (ore
18) alla Palazzina dei Giardini ducali. Organizzata da
Fondazione Ago, a cura di Daniele De Luigi, la mostra – fino al
15 febbraio – propone una riflessione dove l’attualità si
intreccia con le memorie personali e familiari di un artista
originario di Gaza che da anni vive in Francia ma resta
profondamente legato alla terra di origine da cui è tenuto
lontano.
Tra le altre opere in mostra, un mazzo di chiavi in vetro che
richiama simbolicamente una casa a Gaza dove l’artista non è
potuto tornare e che ora non esiste più. Oppure una clessidra
adagiata, dove la sabbia non scorre, che rappresenta il tempo
cristallizzato in una fragile attesa. E poi immagini di altre
chiavi, centinaia di fotografie accompagnate da brevi
descrizioni, dove riecheggia la memoria di altrettante case
abbandonate a causa dei bombardamenti. Mentre un’altra serie di
fotografie presenta, con un effetto straniante, ruderi di case
con il linguaggio tipico degli annunci immobiliari. E
l’attualità irrompe anche in un recente dipinto che evoca, fuori
fuoco, le immagini della popolazione sradicata dall’esercito
israeliano. “Abitare il tempo – spiega De Luigi – è la risposta
dell’artista all’impossibilità di abitare lo spazio. Le opere
proposte in questa prima retrospettiva in un’istituzione
italiana ben rappresentano il tema dell’esilio e del ritorno,
della memoria, dei diritti, l’identità negata. Batniji aspira a
una dimensione artistica universale, ma resta inseparabile dalla
storia palestinese, sebbene vista attraverso uno guardo intimo e
personale”.
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