C’è una figura costante a segnare i contorni delle opere di Celine Song. È un triangolo di donne che si orientano verso il futuro, ma con il cuore ancora legato a un passato difficile da abbandonare. La voce di cosa è stato si mescola così a ciò che è; una danza tra ieri e oggi, che complica il domani, lo ingarbuglia, lo frena, come il traffico cittadino di una New York all’ora di punta. Una paura che si fa vera, tangibile, materiale, come in Material Love (Materialists in originale), secondo lungometraggio della regista sudcoreana naturalizzata canadese, al cinema in Italia da giovedì quattro settembre.
Tripartizione amorosa
Eppure, in questo gioco di tripli vertici, Material Love non riesce del tutto a compiere la magia; la relazione fondamentale tra i lati del triangolo perde ogni fondamento tanto teorico, quanto poetico.
Se in Past Lives (qui potete leggere la nostra recensione di Past Lives) la cinepresa si faceva mano leggiadra che accarezzava un non detto incastonato tra i mille pensieri di vite passate, con Materialists i legami tra Lucy (Dakota Johnson), John (Chris Evans) ed Harry (Pedro Pascal) si materializzano, si fanno tangibili, reali, e per questo meno d’impatto. È uno sguardo che si sente e non si nasconde, quello della Song in Materialists: un punto di vista mai veramente esterno, ma ancorato a quello della sua protagonista, donna che vede i rapporti come formule matematiche, le relazioni come combinazioni e le possibilità come match da sfruttare. Ma Lucy è anche una donna che si autoproclama critica e materialista: materialista, proprio come il titolo che promette di raccontare la sua storia e che Celine Song restituisce attraverso giochi di piani mai banali, ma sempre perfettamente studiati. Per una personalità che pone la sua fortuna sul match sentimentale perfetto, ogni persona che incontra si tramuta in possibile cliente. E così, anche i primi dialoghi con Harry non sono mai inquadrati nello spazio di campi lunghi, o riprese ampie, quanto piuttosto da primi piani che colgono i loro volti, separandoli e poi unendoli solo grazie a un raccordo di montaggio, quasi fosse un’intervista o un colloquio conoscitivo.
Ma se l’interesse scatta, o la fiamma di una vecchia passione si rigenera, ecco che lo sguardo della regista si amplia, il mondo intorno alla sua Lucy si distende, accogliendo al suo interno altre piccole realtà, altri universi attorno a cui ruotare, conoscere, e magari con cui congiungersi.
La bidimensionalità dell’essere
Ciononostante, in un microcosmo forgiato su strutture tridimensionali, qualcosa nella Lucy di Dakota Johnson risulta piatto, bidimensionale.


La ragazza si mostra apatica, imperscrutabile, per poi piangere, commuoversi e tornare a sorridere; eppure, non si riesce mai veramente a cogliere le spinte emozionali che la portano a compiere determinati gesti, a elaborare determinati pensieri, a prendere determinate decisioni. Dakota Johnson cerca una naturalezza nella sua performance tale da rendere la sua Lucy reale e imperfettamente umana; sebbene tale tentativo non risulti mai vano, qualcosa si frappone tra i suoi intenti, le sue fragilità, e il riflesso di lei restituito sullo schermo. Il processo affettivo tra lei e il proprio pubblico si interrompe costantemente, come una rete instabile, o un appuntamento al buio caduto in silenzi tombali.
Eppure, conosciamo le sue debolezze, i suoi difetti, le sue paure; sono scrigni mai tenuti nascosti, ma illuminati da una luce abbacinante, quasi lussureggiante, come lussureggiante ed elegante è il mondo a cui la stessa Lucy aspira dopo anni di privazioni.

Si viene così a creare un paradosso, tra un mondo fotografato di una luce costante, come una passerella di alta moda su cui sfila la ricchezza di uno stile di vita ricercato, (ma artificiale, finto), e una tendenza a ritrovare una semplicità che si pensava aver perduto. Un contrasto che la stessa Johnson non riesce a volte a restituire, e che la Song si limita solo a suggerire tra un’aleatorietà di battute frenate sul nascere, e una regia quadrata, a tratti fredda perché attenta a cogliere nel miglior modo possibile i propri personaggi, senza troppo osare, o lasciarsi libera di muoversi, sperimentare, o giocare con il fuori campo.
Dopotutto, Materialists tende a partire da un triangolo amoroso, per poi scrivere il proprio trattato sull’amore al giorno d’oggi, sulla complessità di instaurare legami sentimentali, e sulla difficoltà per le donne di sentirsi al sicuro, lontane dall’ombra della violenza maschile. Troppe cose, forse; perché è vero, l’amore non è semplice, e dargli un senso lo è ancora meno; allora tanto vale puntare su quella laconicità, su quella forza di sguardi persi tra le vie di vite passate, che trai cunicoli complessi dii labirinti elucubranti come in Materialists.
Gli occhi, Chico, non mentono mai
È una struttura triangolare quella di Materialists; una struttura che dopo Past Lives si reitera, lasciando che i rapporti sentimentali corrano adesso su un binario differente rispetto a quello sfruttato in precedenza.


Non più la distanza linguistica e culturale a trascinare i ricordi, a soppesare le parole e i carichi emotivi; adesso è lo scarto economico a trascinare un legame tripartitico, quasi a simboleggiare come la mancanza di reddito, o di un fondo solido in banca, crei tante incomprensioni quanto quelle generate da una lingua che non si capisce. Ma come diceva Al Pacino in Scarface, “gli occhi, Chico, non mentono mai“; gli sguardi sono una lingua universale, la loro profondità è un non detto che non ha bisogno di un traduttore. Si accendono sul fuoco del ricordo, della malinconia, di un momento nostalgico. E Celine Song quegli sguardi li sa cogliere e restituire, ponendoli alla base perimetrale dei suoi triangoli. Universi umani colti nello spazio di primi e primissimi piani, che la regista isola, investe di attesa, di fragilità e umorismo; è solo quando questi ambienti vengono inquinati dalla parola che la magia si perde, il trucco si mostra, e la caducità della vita si rivela. Come una chiamata senza risposta, o un appuntamento senza seguito.
