Le immense distese di terra, scavate e modellate dall'uomo alla ricerca di risorse minerarie, potrebbero avere una seconda vita, trasformandosi da simbolo di sfruttamento ambientale a motore della transizione ecologica. Un recente studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Sustainability, suggerisce di utilizzare le aree delle miniere a cielo aperto dismesse per installare impianti fotovoltaici su larga scala. Questa intuizione potrebbe rappresentare una forma di ottimizzazione nel modo in cui concepiamo la produzione di energia rinnovabile, rispondendo a una delle critiche più frequenti mosse al solare, ovvero l'ingente consumo di suolo.
La crescente necessità di energia pulita per contrastare il cambiamento climatico si scontra spesso con la difficoltà di trovare spazi adeguati per le grandi installazioni fotovoltaiche, che rischiano di entrare in conflitto con le attività agricole o di sottrarre preziosi habitat naturali. Le miniere a cielo aperto, una volta esaurita la loro funzione estrattiva, rappresentano invece dei "vuoti" territoriali, aree già profondamente alterate e spesso di difficile recupero ambientale. Perché, dunque, non trasformare un problema in un'opportunità?
I ricercatori hanno mappato il potenziale globale di questi siti, giungendo a una conclusione sorprendente. Sfruttando la superficie di queste aree già compromesse, si potrebbe generare una quantità di energia solare sufficiente a coprire l'intera domanda di elettricità prevista per il 2050. Si tratterebbe di installare pannelli su una superficie complessiva di circa 48.000 chilometri quadrati, un'estensione che, sebbene vasta, non andrebbe a intaccare terreni fertili o ecosistemi integri.
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