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Kurt Cobain, 30 anni fa la morte. Perché chi non ha vissuto il punk lo ha amato

today5 Aprile 2024 15

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Il 5 aprile 1994, a 27 anni di età, moriva suicida Kurt Cobain, frontman dei Nirvana, ideologo del grunge e icona della Generazione X, senza dubbio ultimo fenomeno ecumenico della storia del rock. In occasione del trentennale, ci siamo chiesti: perché è stato tanto amato da chi ha vissuto in prima persona la rivoluzione punk? E perché è stato tanto amato anche da chi non ha vissuto in prima persona la rivoluzione punk? Alla prima domanda prova a rispondere Franco Sarcina, alla seconda Francesco Prisco.

Alla fine degli anni Ottanta esistevano ancora le ideologie e chi voleva fare un po’ di sana militanza poteva prendere la tessera di un partito. Valeva per la politica, ma anche per la musica da ascoltare: il partito di maggioranza era il synth pop, musica «abbuffata» di tastiere. I sintetizzatori erano dappertutto, anche ben oltre il perimetro del synth pop: nei brani dei Duran Duran come in quelli di Madonna e Michael Jackson. Se volevi stare all’opposizione, c’era la chitarra elettrica e il partito più rappresentativo era l’hard & heavy (Iron Maiden, Metallica) che poteva essere molto «hair» (Bon Jovi) o parecchio scostumato (Guns n’ Roses), in ogni caso niente di troppo profondo. Erano pur sempre gli anni Ottanta, decennio di edonismo e formalismi, dove le passioni (musicali e non) si indossavano. E se vestivi bene, vivevi meglio.

Scegliere l’alternativa

L’alternativa a questo mondo bipolare poteva essere cercare i propri punti di riferimento indietro nel tempo, nella musica dei padri, che a volte erano padri anagrafici: anni Sessanta e Settanta, posti in cui la sostanza abbondava. Lo potevi fare timidamente in provincia di Napoli, ma anche a Seattle, stato di Washington. E da Seattle arrivò quel riff rozzo, giusto quattro power chords che si ripetevano, la strofa da ballad dark, il ritornello che esplodeva nell’urlo liberatorio: «Con le luci spente è meno pericoloso/ Eccoci qui, divertiamoci/ Mi sento stupido e contagioso».

Trent’anni senza Kurt Cobain, il Nirvana del grunge

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L’impatto di «Nevermind»

Alla fine del 1991 Smells like teen spirit, prima traccia dell’album Nevermind, dichiara al mondo che esiste un altro mondo, dove sono i benvenuti quelli che non trovano posto altrove, musicalmente parlando e non solo. Non era il primo album dei Nirvana (l’esordio, Bleach, risaliva al 1989 ma in pochi se n’erano accorti) che non erano la prima band di Kurt Cobain. La forza di questo progetto stava proprio nel fatto che non ci fosse nulla di troppo nuovo: musicalmente parlando, tenevano viva la fiamma anarchica del punk che in America non si era mai veramente spenta. Con in più un certo gusto per le melodie dissonanti. A livello di testi, prevaleva il senso di rifiuto («A denial»), la consapevolezza di essere fuori contesto, l’importanza di dover andare avanti, meglio ancora «venire» per quello che «si era» (Come as you are). A livello d’immaginario, l’estetica grunge (camicia da boscaiolo+t-Shirt di band di nicchia+jeans consumati+anfibi) la aveva inconsapevolmente inventata Neil Young ai tempi di Rust never sleeps (1979). Tutto già visto, in fondo, eppure profondamente nuovo, perché sempre attuale.

La morale di «The Wrestler»

Se volete capire come ci si poteva sentire all’inizio degli anni Novanta, quando è arrivato Kurt Cobain, guardatevi The Wrestler (2008), il bellissimo film di Darren Arnofsky. C’è un dialogo tra Mickey Rourke e Marisa Tomei – lui lottatore e lei ballerina di lap dance – che lo spiega molto bene: Mitici anni Ottanta, imbattibili! Eh, ci puoi giurare! I Guns n’ Roses sono i più forti. I Crue, i Def Leppard… Poi Cobain, quel finocchio, è arrivato a rovinare tutto. Fine! Volevamo divertirci, che c’è di male? L’ho odiata quella merda degli anni Novanta. Faceva schifo!



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Scritto da: redazione

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