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Civil War, la recensione del film di Alex Garland

today23 Marzo 2024 3

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Un film come Civil War è destinato a dividere ed essere frainteso proprio per la sua scelta più forte: quella di non piegarsi a facili sensazionalismi. La recensione.

Civil War di Alex Garland è un film che, per sua stessa natura, è destinato a essere frainteso, travisato, risultando divisivo. Ne è assolutamente consapevole, come chiunque porti su grande schermo nel 2024 una pellicola che si pone domande molto complesse e dialoga in merito con il suo spettatore, senza però rassicurarlo. È una pellicola che non ha risposte pronte e, più di ogni altra cosa, porta nella finzione filmica la difficoltà della Storia di essere ridotta, sistematizzata e semplificata mentre sta accadendo.

Cosa rende così angosciante questo momento storico che stiamo vivendo? Non solo la presenza di conflitti che sentiamo molto vicini, non solo il ritorno dei grandi blocchi contrapposti, dei sovranismi, di entità sovrastatali che sembrano più che in grado di manipolare fragili democrazie. Ad angosciarci è il fatto che, nel qui e ora, non sappiamo che fazione prevarrà, non sappiamo da qui a un secolo come verrà letto questo momento. La storia la scrivono i vincitori e per il momento non sappiamo ancora chi prevarrà.

Civil War segue da vicino uno di quei momenti che finisce nei libri di storia, una di quelle fotografie storiche che tutti riconoscono. Ci porta però nei concitati giorni precedenti qualcosa che deve succedere e segue il viaggio di un gruppo di persone che vuole testimoniare al mondo questo momento, mettendo a rischio la propria vita per farlo.

Civil War è destinato a dividere perché ha il coraggio di essere radicale: la recensione

Civil War non è un film sulla caduta degli Stati Uniti

Il primo grosso, enorme equivoco riguardando Civil War è che sia un film sulla caduta degli Stati Uniti, sulla guerra entro i confini americani. Sicuramente è un tema centrale del racconto, che affronta da vicino un’inquietudine che il cinema commerciale e autoriale statunitense ha saputo intercettare e sublimare prima che la stessa Storia trovasse il suo punto d’inizio. Prima dell’assalto a Capitol Hill, il cinema americano si era appassionato a pellicole soggiogate dal feticismo della distruzione dei simboli della democrazia statunitense. Case Bianche che esplodono, assalti alla persona del Presidente, eroiche guardie del corpo che tentano di proteggere presidenti più sinistri che mai.

Civil War è un film glaciale, distaccato, autoriale, che riprende il filo di quel tipo di pellicole commerciali. Lo fa in un modo che irriterà quanti dal cinema voglio visioni in bianco e nero, metaforicamente parlando: quelli che di fronte ad Anatomia di una caduta rimangono storditi dal fatto che il film non dica loro se la protagonista ha ucciso il marito o no. Civil War non è interessato a dare la colpa a una parte o all’altra, da accusare democratici o repubblicani di aver scosso le fondamenta della democrazia americana.

Traccia volutamente uno scenario in cui non è chiaro chi stia dalla parte di chi. Sappiamo solo che un presidente ha rotto i confini democratici tracciati dalla Costituzione, tentando di fatto di imporre una dittatura. Alcuni stati tradizionalmente inclini al separatismo (Texas, Florida, California) sono insorti, scatenando la guerra civile. Ora stanno marciando su Washington, dove il presidente si è asserragliato. La sconfitta di quest’ultimo è inevitabile.

Il contesto politico però rimane sullo sfondo mentre la fotoreporter Lee (Kristen Dunst) e il giornalista Joel (Wagner Moura) diventano la nostra bussola verso la capitale e la fine, inevitabile, del dittatore. Lei fotografa di guerra di fama mondiale segnata nel profondo da quanto visto sul campo di battaglia, lui giornalista dipendente dal rush adrenalinico delle zone di conflitto, si ritrovano di fronte all’impensabile. Il campo di battaglia ora è l’America.

Insieme a una giovanissima fotografa che guarda a Lee come mentore (Cailee Spaeny) e al veterano del giornalismo Sammy (Stephen McKinley Henderson), i due tenteranno un viaggio difficilissimo. Da New York a Washington D.C. passando per il West Virginia e Charlottesville, dove è ferma la linea del fronte. Una corsa contro il tempo, per raccogliere l’ultima intervista, per scattare l’ultima foto al presidente despota. Un viaggio all’interno dei territori ormai terra di nessuno, dove un uomo bravo a sparare con il fucile può arrogarsi il diritto di vita e di morte sul terreno intorno a casa sua.

I veri eroi di Civil War sono i giornalisti, non i soldati

Civil War è ricolmo di scene angoscianti, raggelanti. Racconta il disfacimento del delicato tessuto democratico statunitense, il riemergere di contrapposizioni e pulsioni risalenti alla prima Guerra Civile attraverso cui gli Stati divennero uniti. Non sempre è coerente, non sempre è preciso. C’è una sorta di poetica dell’orrore dietro certe scelte stilistiche, tutte volte a trasportare lo spettatore in un’America che sta per essere liberata dal suo dittatore, ma che è ormai frammentata, devastata. A livello sonoro e visivo, Civil War crea scenari angoscianti associando immagini ricorrenti in territori bellici (attentati, campi profughi, la coda per gli approvigionamenti d’acqua, i profughi) alla realtà statunitense.

Lo fa però concentrandosi sullo scrivere una lunga lettera d’amore al giornalismo: quello serio, impegnato, intransigente, da premio. Un’arte e una professione in via d’estinzione, raccontata nel passaggio di testimone da una vecchia guardia piagata nella mente dagli orrori testimoniati e dalla consapevolezza che non sia bastato a evitare che arrivassero a casa a una nuova leva di persone animate dallo stesso fuoco, inclini alla stessa dipendenza, a tratti masochista.

Sia come sceneggiatore sia come regista Garland mantiene il suo stile freddo, distaccato, celebrale, che contribuisce lasciare spiazzati. Non rinuncia però a scelte stilistiche e poetiche, alla rottura del “realismo” in favore dell’immagine, del cinema. Una scelta che in molti non gli perdoneranno – specie nella scena madre finale – schiavi di una lettura del cinema fatta tutta a cerchiolini, lente d’ingrandimento e errori di continuity, che sembra costantemente scordarsi che il cinema è anche un’arte e la licenza poetica è nel suo DNA quanto la coerenza narrativa.

 



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Scritto da: redazione

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