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Gaming

Silent Hill: The Short Message, le nostre impressioni

today2 Febbraio 2024 1

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A sorpresa, HexaDrive e Konami sovvertono un destino che sembrava ormai segnato

Quando è stato mostrato Silent Hill: The Short Message durante lo State of Play del 31 gennaio, l’impressione iniziale che ne ho avuto è stata quella di trovarmi davanti a un generico horror in prima persona; uno di quelli sulla falsa riga di Layers of Fear, Visage e altri cloni del compianto P.T. che ancora oggi, pur essendo stato una semplice demo, si fa ricordare con una certa amarezza per ciò che sarebbe potuto essere. Date le premesse che il trailer sembrava suggerire, temevo che The Short Message potesse essere un altro progetto a perdere, sebbene scendere più in basso di Silent Hill: Ascension credo sia umanamente impossibile – una magra consolazione ma pur sempre tale.

Quello che non mi aspettavo, invece, era che il gioco fosse esattamente ciò che serve a Silent Hill per rinascere come serie. Se poi di gioco vero e proprio si può parlare, poiché The Short Message lo classificherei più come una demo in stile KITCHEN (Resident Evil VII), ossia un’esperienza dalla durata contenuta – quattro ore massimo se presa con calma – il cui obiettivo è gettare le basi per una nuova ripartenza. A prescindere da come lo si voglia considerare, resta il primo faro di speranza nelle tenebre che hanno ammantato Silent Hill dal lontano 2012, quando Silent Hill: Downpour ha piantato il chiodo definitivo nella bara di un franchise che stava ormai arrancando. Stesso anno, tra l’altro, che ha visto anche Resident Evil toccare il fondo con un sesto capitolo discutibile sotto quasi ogni aspetto. Capcom ha dimostrato come ci si possa rialzare a testa alta, dunque, al netto di tutte le considerazioni che si possono fare verso Konami e la gestione delle sue IP negli ultimi anni, perché non avere la stessa speranza o persino fiducia nei suoi confronti? Certo, il già citato Ascension ha fatto l’esatto contrario di quello che si aspetterebbe ma chissà, forse l’anno del tonfo vero non era il 2012 ma è stato il 2023, quando il fondo è stato raschiato al punto tale che si poteva solo risalire.

Silent Hill: The Short Message spezza il circolo vizioso di una serie vittima di se stessa

Benvenuti alla Villa

Così è stato fatto. Silent Hill: The Short Message incarna esattamente ciò che la serie può e deve essere (contrariamente a quanto sembra fare il remake di Silent Hill 2 ma questo è altro discorso). Vivremo la storia nei panni di Anita, una ragazza di diciotto anni residente nella fittizia città tedesca di Kessenstadt, che viene chiamata alla cosiddetta Villa da un’altra ragazza di nome Maya. Il gioco è volutamente parco di dettagli, molti dei quali troveremo sparsi lungo il percorso sotto forma di note mentre altri ci verranno offerti durante l’esperienza in sé, perciò è difficile parlarvene senza rischiare di rovinarvi una serie di colpi di scena meritevoli.

Posso tuttavia farvi una panoramica veloce della cittadina, per darvi l’idea di dove vive Anita: è un luogo che avrebbe dovuto essere riqualificato grazie a un piano a lungo termine, che però ha trovato una battuta d’arresto a causa della pandemia di COVID-19 al punto tale da non essersi mai davvero ripreso ed essere scivolato sempre più nel degrado. Soprattutto sociale, le cui prime vittime sono i giovani come Anita che vivono oppure sono figli di traumi pregressi le cui conseguenze si manifestano proprio negli anni del liceo. Tra senso di inadeguatezza e soprattutto voglia di appartenenza, si viene a creare un circolo vizioso di ricerca di approvazione tramite mezzo social che, tuttavia, spesso ha un effetto boomerang devastante. Non sono pochi, infatti, i ragazzi che si suicidano buttandosi proprio dal tetto della Villa, un complesso di appartamenti abbandonato da chissà quanto tempo e diventato ritrovo dei giovani di Kessenstadt.

Anita è tra questi. No, non tra quelli che visitano la Villa bensì tra le persone in cerca di quella accettazione che li farebbe sentire qualcuno. Non sappiamo a cosa siano dovute le sue insicurezze, la sua enorme mancanza di autostima; lo scopriremo durante il gioco, in un percorso introspettivo che la porterà ad affrontare se stessa, il suo passato ma anche il presente con le sue colpe. Dicevo che alla Villa viene invitata da Maya, una sua coetanea estremamente talentuosa nel disegno: una vera e propria artista che si firma come C.B., Cherry Blossom (fiore di ciliego). Tramite messaggio le scrive che deve farle vedere una cosa, però una volta sul posto non c’è nessuno. Inizia così quel viaggio accennato poco sopra, una discesa nella psiche di Anita, nella sua disperazione e nella follia che emerge, prendendo forma concreta nonché, in alcuni momenti, letale. Proprio come a Silent Hill, soltanto che qui non siamo negli Stati Uniti e nemmeno abbiamo la libertà di esplorare la città. Siamo prigionieri nella Villa, che in parte riporta alla mente i Wood Side Apartment di Silent Hill 2 e in parte, per il senso di reclusione e loop che l’avvolge, a Silent Hill 4: The Room. Come può allora The Short Message definirsi un Silent Hill se viene a mancare proprio l’essenza della serie?

Silent Hill: The Short Message spezza il circolo vizioso di una serie vittima di se stessa

In realtà, il bello del gioco nonché il suo pregio migliore è proprio questo. Con una mossa Kansas City di tutto rispetto, spezza quella catena che ha spinto la serie a ristagnare in se stessa, cercando di inseguire il passato e la nostalgia che ne deriva, per liberarla e concederle quell’ampio respiro di cui aveva bisogno. Sono bastate poche ore di un’esperienza in prima persona, lungo la quale non si fa nulla se non camminare, raccogliere documenti e correre (ma solo quando ci è permesso) per ridare linfa laddove si pensava che non sarebbe servito più a nulla. È nella psiche che risiede il nucleo di Silent Hill, nel suo essere una serie anzitutto narrativo e introspettiva – nel guardare ai segreti più reconditi di ciascuno di noi per concretizzarli e metterceli di fronte. Non si combatte, o meglio non lo si fa come si potrebbe pensare in un Resident Evil, sebbene mostri contro cui difendersi ci siano sempre stati; il nemico principale è il protagonista stesso, poiché Silent Hill è un luogo soprattutto metafisico in cui la sua psiche prende forma. Sono persone tormentate, quelle chiuse nella cittadina.

Come tormentata è Anita, che tuttavia non ha bisogno di una cittadina immersa nella nebbia per ritrovarsi ad affrontare i propri demoni interiori. Qui, nel prendere il concetto alla base di Silent Hill e renderlo ancora più astratto, liberandolo quindi dai vincoli materiali di cui ho scritto, è dove The Short Message vince, ponendosi come nuovo punto di partenza verso cui guardare con positività.

Spezzare la catena più limitante: se stessi

Vorrei davvero parlarvi più nel dettaglio dei temi discussi nel gioco (che spaziano dall’abuso, al bullismo, al suicidio e diversi altri) ma sarebbe farvi un disservizio perché è un’esperienza che va vissuta nella più completa ignoranza. Un salto della fede, insomma, che complice la gratuità del gioco non dovrebbe essere poi così difficile compiere, al netto della sfiducia accumulata negli anni. Posso dire, tuttavia, di aver molto apprezzato la crudezza con cui vengono esposti; un’inclemenza che altro non è se non la realtà di tutti i giorni, senza maschere. Messa a nudo nella sua terribile semplicità, racconta dinamiche che potremmo non aver vissuto ma di certo non ci sono estranee ed è per questo che si riesce a entrare in sintonia con Anita, comprenderla anche quando sbaglia – e non smetterò mai di ripetere che comprendere non significa giustificare, il giudizio che deriva dalla somma di quanto viviamo è una conclusione estremamente personale. Vuol dire, appunto, capire. Per certi versi potrebbe persino definirsi una esperienza catartica, se anche solo in minima parte si sono vissuti alcuni dei temi trattati.

Silent Hill: The Short Message spezza il circolo vizioso di una serie vittima di se stessa

Forte delle musiche dell’intramontabile Akira Yamaoka, del design di Masahiro Ito per quanto riguarda l’entità che insegue Anita e di un level design ben congegnato a cura di Rika Miyatani, Silent Hill: The Short Message è un grosso sì. Dalla collaborazione tra HexaDrive e Konami, che ha avuto un ruolo predominante nella produzione, ne deriva un gioco il cui pregio migliore non è tanto aver ritrovato la retta via in merito a ciò che questa saga è stata soprattutto con i primissimi capitoli, ma di aver spezzato la catena più grande: quella imposta dal suo stesso nome e da cosa Silent Hill sia. Un luogo soprattutto metafisico ma anche reale, una città che esiste e si fa poi specchio della psicologia di chi vi mette piede. Pur sempre, comunque, un luogo con una connotazione precisa.

The Short Message invece, in modo molto intelligente a mio avviso, si sbarazza di questo ingombro e rende Silent Hill ancora più concettuale – dando di fatto respiro a qualcosa che non sembrava più averne, troppo ancorato al passato e alla necessità di inseguire la nostalgia delle sue origini. Da qui in avanti ci sarà molto più margine per sviluppare un gioco di Silent Hill e dal misterioso Silent Hill ƒ mi aspetto proprio questo: un’evoluzione di quelle basi che The Short Message ha sapientemente gettato, nel pieno rispetto delle atmosfere della saga. Se volete approfondire di più lo sviluppo del gioco, una volta concluso, suggerisco la visione dei video dedicati nel canale YouTube ufficiale.



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Scritto da: redazione

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