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Chirurgia estetica, come evitare gli abusi: cosa è il dismorfismo corporeo

today12 Gennaio 2024 6

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La foto in topless di Noemi Bocchi in vacanza alle Maldive con Francesco Totti ha causato valanghe di commenti inveleniti. Gli haters hanno trattato come un pungeball il seno ritoccato della donna a colpi d’insulti e battute sessiste. Il probabile ricorso al chirurgo estetico non sempre piace e esibire gli esiti postoperatori con eccessiva nonchalance può scatenare il putiferio dei social. 

Noemi Bocchi è solo l’ultima delle vittime più o meno famose del crudele sarcasmo collettivo che può investire chi esagera con siringhe e bisturi per inseguire modelli estetici talvolta irrealistici. Basti pensare che Striscia la Notizia da anni dedica la rubrica fissa “Fatti e rifatti” ai vip sospettati di ritocchi facciali, liposuzioni, rino e blefaroplastica, lifting chirurgici e non, e via dicendo.

Eppure davanti all’abuso della chirurgia estetica c’è poco da sorridere perché spesso nasconde nemmeno troppo velatamente un profondo disagio emotivo ed esistenziale. Le implicazioni psicologiche e psicopatologiche della medicina estetica, anche se si presentano con evidenza crescente nelle forme più diverse. Per esempio aumenta il numero di pazienti “abbelliti” che si dichiarano insoddisfatti del risultato richiedono una ulteriore operazione; cresce proporzionalmente la quantità di persone che dopo un primo intervento rischiano una vera e propria escalation di ritocchi, aggiunte o riduzioni plastiche. 

Infine, altri si votano giocoforza al ritocco a vita, costretti dalla necessità di rinnovare le proprie protesi obsolescenti o indotti a continui “miglioramenti” da una forma di dipendenza psicologica chiamata sindrome di Grimilde.

Una parte della domanda ricade nell’esigenza terapeutica: effettivamente un naso percepito come deturpante, labbra troppo sottili, seno o pene troppo piccoli possono minacciare, in alcuni soggetti, uno sviluppo sereno dell’identità e perturbare la capacità relazionale. Ma un’altra consistente fetta della clientela delle cliniche estetiche ha richieste smisurate, voluttuarie e utilitaristiche, domande di chirurgia che possono celare sintomi anche severi di un disordine dell’umore, dell’immagine corporea o della personalità.

La sindrome di Grimilde

Maschere (s)tirate a lucido, sopracciglia congelate in quell’inconfondibile piglio marziale da botulini, pance trapiantate nel didietro, ghigni di plastica e formaldeide sono stati il nostro pane televisivo di ogni giorno, ma ora la compassata e austera immagine della tragica Grimilde, la regina di Biancaneve, sfila con supposta sovranità alle casse del supermarket, per strada, nelle palestre, nei locali e nei pubblici uffici col suo carico nascosto di angoscia d’amore.

Sono le donne “comuni”, oggi, le vestali di una inconsapevole e agguerrita mortificazione del proprio corpo, le vittime consenzienti della dilagante disagio psicologico. Donne ossessionate dal chilo di troppo, dalla piega delle palpebre, dalla ruga nasolabiale, dalla taglia 42 che si sottopongono a ogni tortura cosmetiva possibile e, quando possono, si abbandonano al bisturi, alla delizia della trasformazione chirurgica… trascurando il rischio che possa diventare croce.

 I “Grimildi”

E poi, in un par condicio deteriore e stucchevole, ecco i Grimildi, questi uomini sempre più simili ad amazzoni, schivi e aggressivi, dai muscoli inutilmente tronfi, persone costrette nelle più estenuanti forme olimpiche, tra diete, corse, pesi, integratori e punture. Tutti presi – e ripresi da se stessi, principalmente via smartphone- nella ossessiva ostentazione di una forma fisica cinematografica, che spesso e volentieri dipenderà da un’autodisciplina ascetica e narcistisica e opportunamente sterilizzata da emozioni.

Grimilde e il bisturi

 Questa “bellezza” ostentata e scintillante, è in molti casi il gelido riflesso di un disturbo non meno preoccupante dell’anoressia e della bulimia, o della depressione: il dismorfismo corporeo o dismorfofobia. Consiste nell’ossessione per un difetto nell’aspetto fisico che genera un’intensa sofferenza psichica.

Il “difetto” è generalmente lieve e, generalmente, immaginario e può riguardare il corpo nella sua totalità o parti specifiche, come, per esempio, la forma del viso, del naso o delle labbra.
La persona dismorfica trascorre gran parte del proprio tempo a rimuginare sulla sua “deformità” percepita, a valutarne lo stato, a lamentarsene con gli altri e a ipotizzare soluzioni mediche o chirurgiche su come correggersi.

Al dimorfismo sono spesso associate condotte di ritiro o di rifiuto sociale, episodi depressivi alternati a momenti di aggressività, marcate difficoltà nella sfera affettiva e sessuale. Spesso, gli interventi chirurgici che dovrebbero rimuovere il “difetto” lasciano il paziente insoddisfatto e ancora più angosciato. Plastiche nasali, seni ridotti o aumentati, liposuzioni, inturgidimento delle labbra per i soggetti dismorfici costituiscono tentativi di soluzione destinati a alimentare il problema di fondo, relativo al rifiuto di sé.

In fondo, Grimilde, maschio o femmina che sia, si muove inconsapevolmente verso la negazione di sé, la distruzione di sé, l’automutilazione dove sembra affermare il contrario, e pagare un costoso pegno chirurgico e, ancor più, esistenziale. Per questo i medici e chirurghi estetici concordano sull’opportunità d’inviare le proprie pazienti in consulenza psicologica prima d’intervenire sul tavolo operatoria.





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Scritto da: redazione

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