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Cinema

La meravigliosa storia di Henry Sugar Recensione: Wes Anderson su Netflix

today4 Ottobre 2023 5

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Per tutti i fan – e gli altrettanti detrattori – questi ultimi giorni sono stati di fuoco, in quanto l’amato / odiato regista non soltanto è arrivato in sala con il suo ultimo lungometraggio – se volete sapere di cosa stiamo parlando, recuperate la nostra recensione di Asteroid City (2023) – ma è anche sbarcato in pompa magna nel catalogo di Netflix con ben quattro cortometraggi realizzati in esclusiva per la piattaforma di streaming. Un progetto che parte da premesse ben solide, legate all’acquisizione da parte di Netflix nel settembre del 2021 della Roald Dahl Story Company, con ovviamente tutti i diritti relativi alle opere dell’amato scrittore britannico con un passato nell’aviazione, conosciuto per i suoi celeberrimi romanzi per l’infanzia: basti pensare soltanto a I Gremlins o a Le streghe, entrambi portati con grande successo sul grande schermo.

Non un connubio inedito quello tra Anderson e Dahl, in quanto il cineasta aveva già adattato in forma di animazione stop-motion l’irresistibile Fantastic Mr. Fox (2009) – qui la nostra recensione di Fantastic Mr Fox – e che qui rivive per l’appunto in un quartetto di trasposizioni tratte da una serie di racconti e dalla durata variabile, inaugurate da La meravigliosa storia di Henry Sugar, il primo dei corti a fare la sua comparsa online.

La meravigliosa storia di Henry Sugar

Henry Sugar è lo pseudonimo di un ricco scapolo che usa la fortuna ereditata per soddisfare la sua passione per il gioco d’azzardo. Un giorno si imbatte nel libro di un dottore che racconta la vicenda di un certo Imdad Khan, un uomo di origini indiane che sosteneva di poter vedere senza usare gli occhi.

Facente parte di una compagnia teatrale itinerante, Khan si spostava di città in città e visitava i vari ospedali locali per farsi visitare dai medici e far comprovare da questi le sue straordinarie capacità, imparate a sua volta da un guru conosciuto come Il Grande Yogi. Sugar, comprendendo la portata di questa capacità, cerca di scoprire il modo di sfruttarla, finendo per interessarsi sempre più alla paradossale vicenda. Inquadrature fisse, sfondi cartonati, colori netti e un costante dialogo con il pubblico. Le soluzioni ormai archetipiche di Wes Anderson rivivono già in questo primo tassello, mettendo subito in chiaro le cose con lo spettatore: chi continua ad apprezzare il regista avrà pane per i suoi denti, chi ormai da anni lo ritiene frutto di un freddo manierismo può tranquillamente volgere il suo sguardo altrove. Per i primi i trentasette minuti di visione garantiscono un gradevole divertimento a tema, con giochi “meta” e soluzioni visive in continuo mutamento anche nella loro apparente immobilità: un esercizio di stile forse, ma che stile e che cast! Le voci narranti e i corpi senzienti, che di fatto espongono tutta la storia a parole mentre questa procede in azione, sono infatti quelli di Benedict Cumberbatch, Ralph Fiennes (nei panni dello stesso Dahl), Dev Patel e Ben Kingsley.

Il cigno

Peter Watson era soltanto un bambino quando venne preso di mira da due bulli suoi coetanei, Ernie e Raymond, i quali non fanno altro che tormentarlo. La storia, raccontata da una versione adulta del medesimo protagonista, lo vede vittima di diverse angherie: prima viene legato ai binari del treno poco prima del passaggio di un convoglio, che poi effettivamente gli passa sopra la testa con conseguenze fortunatamente non letali. Ma non è finita lì, perché poco dopo i suoi seviziatori pensano bene di sparare a un cigno – sacrilegio, nella terra di Sua Maestà! – e travestire poi Peter con i resti del povero animale, per prepararlo a un nuovo supplizio.

Per questo racconto Dahl si è ispirato a un drammatico caso di cronaca realmente avvenuto e ha tenuto lo spunto nel cassetto per quasi trent’anni prima di pubblicarlo in questa forma poetica e struggente al contempo. Nelle mani di Wes Anderson, Il cigno trova ideale rappresentazione, con il bullismo tratteggiato nei suoi toni più cupi e crudeli pur senza mai mostrarlo direttamente, in una sorta di narrazione che svela le violenze e le mostra in immagini visionarie, sempre e comunque assecondando quello stile ormai riconoscibile da chiunque. Rupert Friend interpreta il Peter cresciuto, con la sua versione fanciullesca che si muove a fianco prima di quell’epilogo che lascia il segno.

Il derattizzatore

Una piccola cittadina deve fare i conti con una vera e propria invasione di topi e il solo modo per risolvere la questione sembra essere quello di contattare un derattizzatore, ovvero l’addetto alla disinfestazione dei ratti tramite mezzi più o meno ortodossi. E ortodossi non lo sono certo quelli utilizzati dal prescelto, che al suo arrivo propone di dar loro da mangiare dell’avena di prima qualità per attirare quante più bestie possibili e poi avvelenarla quando questi saranno ormai assuefatti al vapore.

Un escamotage che non riscuote il successo sperato e che vedrà il protagonista alle prese con una sfida personale davanti ai suoi due interlocutori, pronto a tutto pur di dimostrare le sue abilità fuori dal comune.
In quest’occasione Ralph Fiennes sveste i panni di Dahl per vestire quelli del personaggio che dà il titolo al racconto, un individuo che deve essere “più furbo di un ratto” per avere la meglio. Come già nel precedente Il cigno, quello che non viene mostrato conta più di quanto accade in scena, in un’ode all’immaginazione che trova una sua spiccata personalità. Più “mobile” rispetto ai due precedenti corti, con tanto di utilizzo di una piacevolmente grezza CG nel design dell’avversario a quattro zampe e dentoni, si tinge di sarcasmo horror nelle citazioni finali incarnate dagli sguardi – impegnati in una paradossale resa dei conti – di Fiennes e dell’altro ritornante Rupert Friend. E siamo sicuri che a fine non visione non mangerete più caramelle alla liquirizia con la stessa nonchalance di prima…

Veleno

Harry Pope si trova su un letto, apparentemente prossimo alla morte: il corpo madido di sudore e l’immobilità sembrano suggerire un decesso imminente, forse per via di una malattia esotica. Nella camera da letto giunge l’amico e collaboratore Timber Woods, che lo dà ormai per spacciato quando in realtà scopre il motivo di tale condizione. Pope infatti sostiene di avere un rarissimo esemplare di serpente velenoso sulla pancia e di non potersi muovere proprio per il timore di essere morso dall’animale.Woods chiama allora in fretta e furia l’esperto dottor Ganderbai, che accorre immediatamente per prestare soccorso e trovare la soluzione migliore per evitare il peggio, con la situazione che finirà per risolversi in maniera del tutto imprevista.

Ancora una volta, come già nel precedente Il cigno ma qui ancora più continuo fino all’epilogo, è il senso di attesa a dominare il cuore del racconto. Il personaggio di Cumberbatch, fisso a letto per la quasi totalità del breve minutaggio – circa quindici minuti – è al centro dell’animo tensivo della storia, pronta a quel colpo di scena finale che ha un che di beffardo nell’effettivo risvolto conclusivo tra le due figure chiave. Wes Anderson gioca con le prospettive e con gli spazi, con scenografie comunicanti e split screen ad hoc, dando ritmo e anima a un amabile congegno di suspense, tra ironia e amarezza.



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Scritto da: redazione

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