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“Ho svegliato mio padre e gli ho proposto la parte”

today6 Settembre 2023 1

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Talento e personalità, non usuale, ma originale, folle, fuori dagli schemi tradizionali, probabilmente indecifrabile. Pietro Castellitto è ormai un autore da osservare e ascoltare, e per essere un regista al secondo film, dopo I predatori, la cosa non è di poco conto. Anzi, l’attore, al di là dei premi (a Venezia vinse come miglior sceneggiatura nella sezione Orizzonti), che sempre hanno un valore importante in termini di riconoscimento, c’ha fatto scoprire che esiste una generazione in grado di condividere una visione totalmente nuova, nichilista e romantico. E lui ne fa parte.

Il banco di prova, l’ulteriore esame sul campo di maturità, arriva adesso con una tesi dal titolo breve, un nome proprio, Enea (uscirà il 25 gennaio 2024, distribuito da Vision, prodotto tra gli altri pure da Luca Guadagnino), che è anche quello del personaggio che interpreta nel suo secondo film, inserito nel concorso principale della Mostra di Venezia, in lizza per il Leone d’Oro tra tanti grandi nomi. Una storia ambientata in una Roma totalmente inedita, nella quale si muove da borghese imperfetto, che sotto uno strato apparentemente perbene, nasconde sfumature sordide, spacciando droga, provando a nascondere le evidenze sotto una vita normale, divisa tra il lavoro (è proprietario di un ristorante-locale), la famiglia (madre e padre interpretati rispettivamente da Chiara Noschese e Sergio Castellitto) e l’amore per una ragazza incontrata al circolo del tennis (lei è Benedetta Porcaroli).

In fondo però ci sono lui e l’amico Valentino (l’attore Giorgio Quarzo Garascio), il complice che sa e si sacrifica (lo si vedrà), e un bisogno sopra ogni cosa. “Questo è un film sul desiderio di sentirsi vivi”, dice. È il bisogno che muove le scelte di Enea, tutti i personaggi ci provano, e così si genera un conflitto. Enea è un eroe romantico, con una famiglia piena di umanità, ma il disagio che vive è quello di di provare a essere all’altezza delle sue ambizioni, è il paradosso dell’esistenza. Qui volevo raccontare le conseguenze del sottobosco criminale nella vita di tutti i giorni, e che ogni tanto entra, lascia impreparati gli stessi personaggi, e ne racconta il mistero che li lega, un amore, il desiderio incorruttibile”.

L’Italia si gioca dunque l’asso Castellitto, tornato a scrivere, dirigere (e dirigersi), regalando una storia atipica, che rincorre il mito che porta nel nome, e parla di giovinezza perduta, morale, confini, mondo corrotto, criminalità, simboli da scoprire, di una generazione di adulti falliti. Grande cast, col debutto nel dirigere papà Sergio.

Una sera l’ho chiamato timidamente, io mi addormento tardi, lui va a letto presto. Gli ho chiesto se fosse stato libero, mi rispose “fanculo, sto a dormì, riattaccando. Era un sì. È stato un modo per comprenderci, fuori dall’intimità”.

Ciò che spiazza soprattutto è la visione, alcune invenzioni, la scelta delle musiche di repertorio, da Maledetta Primavera a Spiagge di Renato Zero, fino alla capacità di trovare una propria identità, proteggendone la dimensione,

la forma tragica e ironica, una certa estetica. Forse non è solo un film, ma una prova di coraggio, creativo e spregiudicato. Può piacere o meno, può dividere o metterci d’accordo. Ma avercene di talenti del genere, a soli 31 anni





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Scritto da: redazione

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