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Il lato oscuro del food delivery: costi esplosi, ristoranti in allarme e condizioni capestro. L’inchiesta

today26 Maggio 2023

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Apriamo un’ app, scegliamo quel che vogliamo mangiare e ce lo facciamo portare a casa. Tutto rapido, comodo, vantaggioso. Giusto? Non proprio

Food delivery, il 'cibo a domicilio' va fortissimo (montaggio da foto Shutterstock)

Food delivery, il “cibo a domicilio” va fortissimo (montaggio da foto Shutterstock)

Entri nella tua app preferita, scegli il cibo che vuoi ricevere pronto a casa, arriva quello che un tempo si chiamava fattorino pagato a consegna. Et voilà, zero sforzo, zero spostamento, massimo godimento. Il food delivery è letteralmente esploso anche nel nostro Paese e il biennio di pandemia ha dato un’accelerazione importante e un uso sempre più popolare, a partire dalle fasce di consumatori più giovani. Senza contare quelle app che uniscono i servizi di scelta e consegna a promozioni e sconti anche per chi vuole andare a mangiare in locali e ristoranti. Tutto bene? Non proprio. Un’indagine svela il dark side del delivery.

Costi in aumento e condizioni capestro

I dati provengono dall’indagine di Inapp, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, che ha analizzato nel corso dell’anno appena trascorso circa 40mila imprese a comprendere anche quelle con meno di tre addetti. Un campione che rappresenta 298.991 lavoratori nei settori della ristorazione, del turismo e dei trasporti terrestri. Dal dossier Digital platform survey arrivano dati inquietanti. Emerge che le condizioni degli accordi con le app di food delivery sono imposte da queste ultime, con commissioni che hanno superato il 20% e incassi dilazionati per un’azienda su tre. La commissione media è del 18% per il settore del cibo e della ristorazione, e del 16% se si guarda a quello turistico.

Il “guasto” nel rapporto con i clienti

Dal rapporto presentato da Inapp si capisce che il 68% degli accordi fra ristoranti, locali in cui si mangia e app di food delivery sono fatti sulla base di condizioni imposte da queste ultime, con modifiche unilaterali e, quel che forse è peggio, la “blindatura” dei dati circa la propria clientela, che restano “in pancia” a chi fa il delivery e impediscono agli esercenti di conoscere abitudini e preferenze dei consumatori che hanno provato i loro prodotti. Siamo al solito bivio: la tecnologia pronto uso applicata al food con una mano dà e con l’altra toglie.

Rischio dipendenza tecnologica, economia e finanziaria

Sebastiano Fadda, presidente di Inapp, ha sottolineato: “Esiste un rischio di dipendenza tecnologica, economica e finanziaria delle imprese dalle piattaforme, che richiama, anche se in misura ridotta, lo stesso rapporto sbilanciato che queste hanno coi lavoratori. A partire dai sistemi di rating commerciale, che comportano potenziali rischi reputazionali, al 32% delle aziende della ristorazione e al 19% nel settore del turismo è capitato almeno una volta di perdere clienti per disservizi causati dalle piattaforme con cui lavorano, fino ai ritardi nei tempi di incasso dei pagamenti mediati dalle piattaforme”. Forse è per questo che un terzo delle imprese della ristorazione ha deciso di non usare le app di food delivery perché inutili o rischiose, un altro 25% preferisce gestire tutto da sé e il 6% per i costi di esercizio troppo alti. 

 

 

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Scritto da: redazione

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